GERUSALEMME – Ad un mese dall’entrata in vigore del cessate il fuoco fra gli Stati Uniti e Israele da una parte e l’Iran dall’altra, nulla è ancora chiaro. E tutto, da un momento all’altro, potrebbe succedere: la risposta che da giorni si attende da Teheran alla proposta americana non è ancora giunta ma in compenso dalla capitale iraniana sono arrivati dubbi sulla reale volontà di Washington di arrivare a un accordo. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha espresso il suo scetticismo durante una conversazione telefonica con il suo omologo turco, Hakan Fidan. «L’escalation di tensione da parte delle forze americane e le molteplici violazioni del cessate il fuoco rafforzano i nostri sospetti sulla loro reale volontà di perseguire la via diplomatica», ha detto, secondo l’agenzia di stampa iraniana Isna. Parole che fanno temere che, nonostante Donald Trump abbia ribadito anche ieri di aspettarsi una risposta «molto presto». Ieri in serata, la notizia data da Axios di un incon…
GERUSALEMME – Ad un mese dall’entrata in vigore del cessate il fuoco fra gli Stati Uniti e Israele da una parte e l’Iran dall’altra, nulla è ancora chiaro. E tutto, da un momento all’altro, potrebbe succedere: la risposta che da giorni si attende da Teheran alla proposta americana non è ancora giunta ma in compenso dalla capitale iraniana sono arrivati dubbi sulla reale volontà di Washington di arrivare a un accordo. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha espresso il suo scetticismo durante una conversazione telefonica con il suo omologo turco, Hakan Fidan. «L’escalation di tensione da parte delle forze americane e le molteplici violazioni del cessate il fuoco rafforzano i nostri sospetti sulla loro reale volontà di perseguire la via diplomatica», ha detto, secondo l’agenzia di stampa iraniana Isna. Parole che fanno temere che, nonostante Donald Trump abbia ribadito anche ieri di aspettarsi una risposta «molto presto». Ieri in serata, la notizia data da Axios di un incontro tra il ministro degli Esteri Marco Rubio, l’inviato Steve Witkoff, Jared Kushner e il primo ministro qatarino Abdulrahman Al Thani segnala se non altro un’intensa trattativa in corso.
Fra pochi giorni Trump sarà a Pechino, uno dei maggiori alleati dell’Iran. Una visita assai complessa che sarà seguita con il fiato sospeso dai mercati finanziari, dall’inizio di questa guerra in fibrillazione: se da una parte la speranza è che la Cina possa in qualche maniera collaborare all’uscita dalla crisi, allo stesso tempo gli Stati Uniti non si fidano di Xi Jinping e dei suoi uomini. Così si spiegano le sanzioni imposte ieri dal dipartimento del Tesoro Usa contro dieci aziende e alcuni individui – fra cui alcuni cinesi – accusati di aver aiutato l’industria iraniana degli armamenti. Nel mirino dell’Ufficio per gli Asset Stranieri (Ofac) sono finite società in Medio Oriente, Asia ed Europa orientale: avrebbero consentito a Teheran di ottenere armi e materie prime necessarie per la costruzione di droni Shahed e dei missili balistici che in queste settimane hanno preso di mira i Paesi del Golfo e Israele. Ma sotto accusa c’è anche Mosca: secondo il New York Times starebbe inviando componenti per i droni a Teheran attraverso il Mar Caspio.
Mentre girano o si attendono carte, la crisi è tutto meno archiviata: Israele – attore silenzioso della trattativa su Hormuz – continua a colpire il Libano su base quotidiana e ieri si è reso responsabile della peggiore strage dall’inizio del cessate il fuoco. Tre attacchi di droni contro veicoli a sud di Beirut hanno causato la morte di quattro persone, mentre una serie di raid aerei nel Libano meridionale ha fatto almeno 13 vittime, tra cui un uomo e la figlia dodicenne. Dall’inizio di marzo nel Paese dei cedri ci sono stati 2.759 morti secondo i dati del governo di Beirut.
Ma in tutta la regione gli equilibri restano fragilissimi, con il timore diffuso che basti una scintilla per farli di nuovo precipitare, come accaduto nei giorni scorsi. Così la Gran Bretagna, come la Francia nei giorni scorsi, invia una nave da guerra per partecipare a un piano di sicurezza una volta terminate le ostilità: ma anche per vigilare sulla situazione attuale. E il Bahrein – monarchia sunnita – arresta 41 persone accusandole di far parte di un gruppo affiliato ai Guardiani della rivoluzione iraniani: una mossa che rischia di far saltare gli equilibri con la maggioranza della popolazione, che è sciita e da tempo mal sopporta la Casa reale.