«Come si fa a togliere l’uranio agli iraniani? Vai lì e lo porti via. Non parlerò di quali strumenti militari servirebbero ma di quello che il presidente Trump mi ha detto: “Voglio andarci”. E io credo che si possa fare…». Il premier Netanyahu ha scelto un’intervista alla Cbs per rilanciare l’ipotesi di un blitz nel cuore dell’Iran. Quasi contemporaneamente anche dalla Casa Bianca sono arrivate parole che sottolineano il punto chiave della sfida nel Golfo: sottrarre ai pasdaran il materiale per costruire la bomba nucleare.
Sia Trump che Netanyahu hanno ribadito che il conflitto si chiuderà solo quando i 409 chili di uranio, arricchito finora al 60%, non saranno più nella Repubblica islamica. Il presidente americano ha spiegato che all’inizio gli iraniani si erano mostrati disponibili ad accompagnare personale statunitense a ispezionare il deposito. Poi hanno fatto dietrofront. Ma Usa e Israele vogliono comunque realizzare l’operazione, con le buone o con le cattive.
Siamo davant…
«Come si fa a togliere l’uranio agli iraniani? Vai lì e lo porti via. Non parlerò di quali strumenti militari servirebbero ma di quello che il presidente Trump mi ha detto: “Voglio andarci”. E io credo che si possa fare…». Il premier Netanyahu ha scelto un’intervista alla Cbs per rilanciare l’ipotesi di un blitz nel cuore dell’Iran. Quasi contemporaneamente anche dalla Casa Bianca sono arrivate parole che sottolineano il punto chiave della sfida nel Golfo: sottrarre ai pasdaran il materiale per costruire la bomba nucleare.
Sia Trump che Netanyahu hanno ribadito che il conflitto si chiuderà solo quando i 409 chili di uranio, arricchito finora al 60%, non saranno più nella Repubblica islamica. Il presidente americano ha spiegato che all’inizio gli iraniani si erano mostrati disponibili ad accompagnare personale statunitense a ispezionare il deposito. Poi hanno fatto dietrofront. Ma Usa e Israele vogliono comunque realizzare l’operazione, con le buone o con le cattive.
Siamo davanti a una pressione per ottenere concessioni diplomatiche? Le rivelazioni sulla base costruita dagli israeliani nell’Iraq meridionale fanno capire che un piano d’attacco per impadronirsi dell’uranio è stato preparato. La lunga pista realizzata segretamente in una zona desertica sembra essere il trampolino per le spedizioni dei quadrimotori Hercules in profondità nel territorio iraniano. Da lì possono decollare con la stiva piena per procedere fino all’obiettivo restando a bassa quota. In questo modo non devono ricorrere ai rifornimenti in volo che possono tradire la presenza della formazione. Kuwait ed Emirati a febbraio avevano negato l’uso dei loro aeroporti per i raid contro l’Iran ma ora non si fanno più scrupoli: l’aviazione statunitense può agire anche da questi Paesi.
Tutti reputano che l’uranio sia ancora a Isfahan, chiuso nei tunnel scavati ottanta metri sotto la montagna presa di mira nello scorso giugno dai bombardieri B2. All’epoca Trump ha dichiarato che gli ordigni spacca-bunker avevano «obliterato il nucleare iraniano», salvo poi tornare a presentarlo come la minaccia principale. I laboratori si trovano su un altopiano a 1600 metri: un’altezza che riduce drasticamente le prestazioni degli elicotteri e obbliga a contare solo sugli aerei.
Contemporaneamente, altri team di commandos “mettono in sicurezza” una pista improvvisata - uno sterrato o un tratto di strada - dove atterrano gli Hercules dei due Paesi. Dalla stiva scendono ranger e parà dell’82esima divisione, che preparano una linea protettiva. Arriva anche il reparto della Delta Force addestrato a gestire materiali radioattivi, con robot ruotati e tute schermate. A quel punto si sviluppa una doppia battaglia. La prima nel labirinto di cunicoli. Probabile che all’avanguardia ci siano gli israeliani dell’Unità 5101 Shaldag, che hanno già espugnato una fabbrica sotterranea top secret in Siria. Una volta raggiunto il deposito, vigilano sul recupero dell’uranio che va lentamente trasferito alla pista di decollo. La seconda viene combattuta per impedire il contrattacco dei pasdaran. Sarebbe affidata alle cannoniere volanti Ghostrider; ai caccia corazzati A10 Warthog e a droni d’ogni tipo. Tocca a loro garantire una barriera di fuoco intorno all’operazione. Che dovrebbe comunque essere molto rapida: iniziare al tramonto e concludersi all’alba, con gli Hercules che portano via soldati e uranio.
Un piano semplice a parole. Ma difficilissimo da concretizzare. Perché le distanze sono enormi; perché i Guardiani della Rivoluzioni si sono dimostrati avversari tenaci e preparati; perché l’incognita degli incidenti è sempre pesante. Anche il blitz di Pasqua per recuperare il navigatore del jet abbattuto ha rischiato di fallire all’ultimo minuto per un una serie di guasti. Alcuni analisti credono che proprio il successo di quel raid adesso spinga Trump a osare una missione quasi impossibile. L’unica che gli permetterebbe di chiudere la guerra con un trionfo.