Zubeidi: “Evasi dal carcere di Israele, ora porto una nuova generazione nella politica palestinese”
dal nostro inviato Fabio TonacciRAMALLAH – L’uomo che scavò con un cucchiaio la propria evasione, conquistando per cinque giorni la libertà e per sempre il cuore dei palestinesi, ha fretta. Di tornare alla Muqata, dove stanno scegliendo la nuova classe dirigente di Fatah, di convincere qualche altro delegato a votarlo, di essere eletto. «Ho poco tempo», premette Zakaria Zubeidi, che incontriamo in una stanza poco luminosa, intrisa dell’odore di fumo e caffè, al quarto piano del ministero degli Affari dei detenuti ed ex detenuti. Alle pareti le foto di Arafat e Abu Mazen, il passato e il presente del partito spina dorsale dell’Autorità nazionale palestinese. Seduto, con in mano un pacchetto di sigarette chiuso e un telefono che non smette di squillare, il futuro prossimo, forse.
«Ho sempre fatto politica perché la resistenza è politica», dice Zubeidi, 50 anni, rilasciato nel gennaio del 2025 a seguito di uno degli scambi tra palestinesi reclusi nelle carceri israeliane e ostaggi sequestrati da Hamas. «La resistenza è…
RAMALLAH – L’uomo che scavò con un cucchiaio la propria evasione, conquistando per cinque giorni la libertà e per sempre il cuore dei palestinesi, ha fretta. Di tornare alla Muqata, dove stanno scegliendo la nuova classe dirigente di Fatah, di convincere qualche altro delegato a votarlo, di essere eletto. «Ho poco tempo», premette Zakaria Zubeidi, che incontriamo in una stanza poco luminosa, intrisa dell’odore di fumo e caffè, al quarto piano del ministero degli Affari dei detenuti ed ex detenuti. Alle pareti le foto di Arafat e Abu Mazen, il passato e il presente del partito spina dorsale dell’Autorità nazionale palestinese. Seduto, con in mano un pacchetto di sigarette chiuso e un telefono che non smette di squillare, il futuro prossimo, forse.
«Ho sempre fatto politica perché la resistenza è politica», dice Zubeidi, 50 anni, rilasciato nel gennaio del 2025 a seguito di uno degli scambi tra palestinesi reclusi nelle carceri israeliane e ostaggi sequestrati da Hamas. «La resistenza è uno degli strumenti della politica. Essermi candidato al Comitato centrale non è strano, faccio parte di Fatah da 35 anni e da quasi 8 sono nel Consiglio rivoluzionario. Per entrare nel Comitato dovrò ottenere la fiducia della base del partito».
In Cisgiordania Zakaria Zubeidi, nato nel campo profughi di Jenin, è conosciuto quasi quanto Marwan Barghouti. Una parte dei suoi cinquant’anni l’ha trascorsa nelle galere dello Stato ebraico, dove — racconta — oltre ad aver preso una laurea in scienze politiche ha subito torture e maltrattamenti. Zubeidi ha vissuto molte vite, tutte complicate: teatrante, poliziotto per l’Anp, miliziano, prigioniero. Per Israele soltanto una conta: quella da comandante delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa, a Jenin, durante la Seconda Intifada. Di cui è diventato uno dei simboli.
A spingerlo nella lotta armata è stata l’uccisione della madre durante un raid dell’Idf all’interno del campo profughi. Israele gli attribuisce responsabilità dirette e indirette in diversi attentati terroristici di quella nefasta stagione di inizio millennio, tra cui l’attacco al seggio del Likud a Beit She’an nel 2002 (6 vittime). Quando un anno e mezzo fa Zubeidi è stato scarcerato, il New York Times ha scritto che dei 24 capi di imputazione a suo carico nessuno era ancora arrivato a verdetto.
«È un corso un dibattito generale sugli strumenti che il popolo palestinese ha usato nella propria storia, che dal 1928 in avanti è sempre stata una storia di reazione», afferma Zubeidi. «Abbiamo provato coi negoziati, con la resistenza armata, con tutti gli strumenti, ma non siamo riusciti a raggiungere il nostro obiettivo più nobile, ossia la liberazione della Palestina». Non è l’abiura di un passato che tuttora rivendica. È una presa d’atto. Che si accompagna alla scelta di entrare nella leadership di Fatah, anche se lui non la mette esattamente in questi termini. «Dopo il 7 Ottobre — dice — tutta la regione sta cambiando, ma la causa palestinese, che dovrebbe essere prioritaria, viene ancora dimenticata dal mondo».
Il tunnel che lo ha reso famoso ha cominciato a scavarlo nel novembre del 2020, grattando il pavimento della latrina, nella sua cella. La numero 5, secondo braccio, prigione Gilboa. Era successo che nel 2007 Israele aveva concesso, a lui e ad altri 300 miliziani delle Brigate Al Aqsa, l’amnistia, ma poi il provvedimento era stato ritirato nel 2011. Zubeidi allora si stava occupando del Freedom Theatre di Jenin. Nel 2019 finì di nuovo nel penitenziario di massima sicurezza. Con altri cinque detenuti, e un cucchiaio.
In dieci mesi, fecero un buco lungo 22 metri nel sistema di fognatura. Quando evasero, i giornali scrissero che avevano usato solo un cucchiaio arrugginito per scavare. Si capì poi che c’era un po’ di romanzo perché si servirono anche di piatti e manici di padella. Pochi giorni di libertà, una fuga breve, vennero tutti ricatturati.
Zubeidi punta ad essere eletto in un partito che sa essere in grossa difficoltà, anche di identità. «Non sono però d’accordo con chi usa l’espressione “immettere sangue nuovo”, per definire l’esigenza del rinnovamento. Fatah è nato nel 1965, ci sono sempre stati passaggi tra vecchie e nuove generazioni, io mi considero la nuova generazione». Che è consapevole di quanto il partito sia in crisi di credibilità. «Per questo è stata indetta la Conferenza generale, stiamo votando per cambiare», dice, alzandosi dalla sedia.