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Abukeshek: “Sapevo che nelle carceri di Israele non c’è nulla che ti protegga”

Saif Abukeshek (agf)

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Parla il leader catturato nell’ultimo raid dell’Idf contro la Flotilla e detenuto per 11 giorni ad Ashkelon: “Ue complice, ma la società civile ormai è con noi”
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«È strano essere a terra mentre i tuoi compagni vengono intercettati, da un certo punto di vista anche frustrante. Ma qui c’è un lavoro da fare, quello che succede a loro lì dipende anche dalla mobilitazione che riusciamo a costruire noi qui». Non si è concesso neanche il tempo di tirare il fiato Saif Abukeshek. Catturato durante il primo raid israeliano del 29 aprile, portato ad Ashkelon e lì detenuto per undici giorni senza che mai venissero formalizzate accuse contro di lui, dopo il rilascio è tornato a riunirsi con gli attivisti della Global Sumud Flotilla durante la lunga pausa a Marmaris, in Turchia, poi è tornato in Europa per partecipare alle mobilitazioni che avrebbero dovuto accompagnare l’ultima parte della missione: la traversata finale che dalle coste turche porta a Gaza. Ma a oltre 270 miglia dalla Striscia è scattato il raid.

In situazioni come queste, qual è il momento più difficile?

«Probabilmente quello dell’intercettazione. Non sai cosa ti possa succedere, quanto po…

«È strano essere a terra mentre i tuoi compagni vengono intercettati, da un certo punto di vista anche frustrante. Ma qui c’è un lavoro da fare, quello che succede a loro lì dipende anche dalla mobilitazione che riusciamo a costruire noi qui». Non si è concesso neanche il tempo di tirare il fiato Saif Abukeshek. Catturato durante il primo raid israeliano del 29 aprile, portato ad Ashkelon e lì detenuto per undici giorni senza che mai venissero formalizzate accuse contro di lui, dopo il rilascio è tornato a riunirsi con gli attivisti della Global Sumud Flotilla durante la lunga pausa a Marmaris, in Turchia, poi è tornato in Europa per partecipare alle mobilitazioni che avrebbero dovuto accompagnare l’ultima parte della missione: la traversata finale che dalle coste turche porta a Gaza. Ma a oltre 270 miglia dalla Striscia è scattato il raid.

In situazioni come queste, qual è il momento più difficile?

«Probabilmente quello dell’intercettazione. Non sai cosa ti possa succedere, quanto possano essere violenti, in che modo, se verrai arrestato, per quanto tempo».

Quando si è reso conto che solo lei e Thiago sareste stati trasferiti in Israele?

«Ci hanno portato prima sulla nave prigione e lì sono stato subito messo in isolamento. Poi ci hanno trasferito su un’altra nave ed eravamo solo noi due. In quel momento ho capito che ci avrebbero deportati ad Ashdod. La conferma l’abbiamo avuta all’arrivo in porto, quando ci hanno comunicato che ci aspettava il carcere».

Cosa ha provato in quel momento?

«Paradossalmente sollievo, perché sapevo che gli altri erano in salvo. Lotto per la Palestina da tutta la vita, più volte mi è capitato di essere interrogato, conosco i metodi del governo israeliano. Nonostante i training pre-partenza siano approfonditi, non è una situazione semplice da gestire».

Qual è la cosa più complicata?

«Rendersi conto che non c’è nulla che ti protegga. Non il diritto internazionale, non le convenzioni sui diritti umani. Non ci sono regole, può succedere di tutto».

Cosa vi aspettate che succeda?

«Difficile dirlo. La cosa più probabile è che tutti vengano portati ad Ashdod per essere processati. E bisogna ricordarlo, questa è l’ennesima violenta violazione del diritto internazionale da parte di Israele, ma succede perché la comunità internazionale lo consente. Ci sono Paesi pienamente complici di quanto sta succedendo».

A cosa si riferisce?

«L’ultimo raid è avvenuto in acque internazionali di competenza cipriota, quello precedente davanti a Creta, non più tardi di dieci giorni fa l’Unione europea si è rifiutata di sospendere l’accordo di cooperazione con Israele. Ma ormai la società civile sa da che parte stare».

Israele ha accusato due ong turche, che hanno propri attivisti a bordo, di legami con il terrorismo

«È la solita scusa che utilizzano per criminalizzare una missione pacifica e umanitaria. Anche con me ci hanno provato, con il pretesto di non meglio specificati legami con organizzazioni terroristiche mi hanno tenuto in carcere undici giorni. Ma alla fine sono stati costretti a lasciarmi andare perché non c’è nulla. Noi siamo una missione umanitaria, pacifica e non violenta, vogliamo rompere un assedio imposto illegalmente su Gaza. Siamo dalla parte giusta della storia e la società civile ormai lo sa».

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