GERUSALEMME – Più viene criticato all’estero, più viene votato in patria. Il consenso di Itamar Ben-Gvir segue questa regola: è direttamente proporzionale al grado delle sue provocazioni, più sono violente, sprezzanti e spregiudicate, più drena voti alla destra. Nel porto di Ashdod, dunque, è cominciata la sua campagna elettorale.
L’ondata di sdegno internazionale per il video con gli attivisti della Flotilla umiliati, bendati e inginocchiati, che lui stesso ha fatto girare e diffondere sui propri canali social, non inganni: travolgerebbe chiunque, ma non il ministro della Sicurezza nazionale, interprete di un sentimento di certo non maggioritario nella società israeliana ma comunque radicato, e non solo tra i sionisti religiosi di Otzma Ye…
GERUSALEMME – Più viene criticato all’estero, più viene votato in patria. Il consenso di Itamar Ben-Gvir segue questa regola: è direttamente proporzionale al grado delle sue provocazioni, più sono violente, sprezzanti e spregiudicate, più drena voti alla destra. Nel porto di Ashdod, dunque, è cominciata la sua campagna elettorale.
L’ondata di sdegno internazionale per il video con gli attivisti della Flotilla umiliati, bendati e inginocchiati, che lui stesso ha fatto girare e diffondere sui propri canali social, non inganni: travolgerebbe chiunque, ma non il ministro della Sicurezza nazionale, interprete di un sentimento di certo non maggioritario nella società israeliana ma comunque radicato, e non solo tra i sionisti religiosi di Otzma Yehudit (Potere ebraico), il partito nazionalista e messianico di cui è leader. E Benjamin Netanyahu non può fare a meno di lui.
In queste ore su Ben-Gvir piovono strali provenienti da personalità che in Israele hanno un certo peso, come l’ambasciatore americano Mike Huckabee («il filmato con la Flotilla è un atto spregevole, ha tradito la dignità»), e Nickolay Mladenov, il direttore generale del Board of Peace nominato da Donald Trump. Dall’Europa le reazioni sono ancora più dure, si stanno valutando le sanzioni. Tuttavia, nelle stesse ore della grande e unanime condanna, il quotidiano Maariv pubblica un sondaggio pre-elettorale che assegna a Otzma Yehudit otto seggi, due in più dei sei dell’attuale legislatura che sono stati la stampella del governo Netanyahu.
Senza Ben-Gvir la coalizione non avrebbe retto alle conseguenze del 7 Ottobre e della guerra a Gaza, e in cambio il ministro ha voluto mano libera su tutto: ha armato i coloni in Cisgiordania rendendosi garante della loro impunità, ha fatto approvare contestatissimi piani di espansione degli insediamenti, riuscendo infine a far passare alla Knesset una legge dichiaratamente discriminatoria sulla pena di morte per terrorismo che si applica solo ai palestinesi.
Il sondaggio di Maariv rileva che anche il Partito del sionismo religioso di Bezalel Smotrich è in ascesa: dopo un lungo periodo di crisi, ha di nuovo voti sufficienti per superare lo sbarramento e prendere quattro seggi. Nel caso in cui si candidasse di nuovo alle elezioni di ottobre (sempre che la Knesset non venga sciolta prima), Netanyahu cercherà il loro appoggio, e di quello dei partiti ultra-ortodossi.
Sono questi i numeri che fanno capire quale sia la reale consistenza (assai poca) delle dichiarazioni pubbliche del premier nel giorno in cui il video del porto di Ashdod ha fatto il giro del mondo, provocando la reazione delle cancellerie europee. È stato costretto a censurare il suo ministro evocando «i veri valori di Israele», senza però dire una parola sugli abusi subiti dagli attivisti per mano della polizia.
Netanyahu ha avuto bisogno di Ben-Gvir in questa legislatura e avrà bisogno di lui nella prossima, se intende rimanere al potere. Cosa che, fino a oggi, gli ha consentito di disertare, per «motivi di sicurezza nazionale», le udienze dei tre processi per corruzione in cui è imputato.