NEW YORK - Nel secondo capitolo del potere trumpiano, alcune figure femminili erano state presentate - dai sostenitori Maga e da alcuni commentatori - come una sorta di costellazione di energia politica nuova: aggressive, disciplinate, impermeabili all’ironia delle élite della capitale. Ma le costellazioni, in politica, non restano mai fisse.
La bionda Pam Bondi, 61 anni, di Tampa, Florida, nominata alla guida della Giustizia, ex procuratrice federale, era arrivata con l’aria di chi conosce già le trincee legali del conflitto politico americano. La sua presenza era stata letta come continuità e irrigidimento insieme: la legge come strumento e come linguaggio del potere. Eppure, nel teatro instabile delle fedeltà, anche le architetture giuridiche diventano fragili. E lei, accusata di non essere riuscita a ottenere l’incriminazione degli avversari di Trump e di fermare la pubblicazione dei file del caso Epstein, il pedofilo morto in carcere nel 2019, è uscita di scena il 2 aprile.
Poche…
NEW YORK - Nel secondo capitolo del potere trumpiano, alcune figure femminili erano state presentate - dai sostenitori Maga e da alcuni commentatori - come una sorta di costellazione di energia politica nuova: aggressive, disciplinate, impermeabili all’ironia delle élite della capitale. Ma le costellazioni, in politica, non restano mai fisse.
La bionda Pam Bondi, 61 anni, di Tampa, Florida, nominata alla guida della Giustizia, ex procuratrice federale, era arrivata con l’aria di chi conosce già le trincee legali del conflitto politico americano. La sua presenza era stata letta come continuità e irrigidimento insieme: la legge come strumento e come linguaggio del potere. Eppure, nel teatro instabile delle fedeltà, anche le architetture giuridiche diventano fragili. E lei, accusata di non essere riuscita a ottenere l’incriminazione degli avversari di Trump e di fermare la pubblicazione dei file del caso Epstein, il pedofilo morto in carcere nel 2019, è uscita di scena il 2 aprile.
Poche settimane prima era toccato a Kristi Noem, 54 anni, la controversa ex governatrice del South Dakota, nominata alla guida del dipartimento di Sicurezza interna. Noem rappresentava invece un’altra immagine: quella della frontiera politica, della comunicazione diretta, della leadership costruita come show. La cattiva gestione della politica migratoria e le spese fuori controllo per dotarsi di un jet di lusso da usare come taxi per lei e il suo amante e consigliere, Corey Lewandowski.
Più defilata, ma inserita nello stesso cerchio, Lori Chavez-DeRemer, 58 anni, californiana di Santa Clara, famiglia della classe operaia, il padre iscritto nei sindacati. Nominata segretaria del Lavoro, doveva incarnare la tensione tra istituzioni e identità di partito, tra linguaggi del lavoro e linguaggi della fedeltà politica, ma è caduto su uno scandalo sessuale, legato alla relazione con un consigliere del suo staff, e spese pazze per finanziare viaggi di piacere e party.
Il quarto nome è quello di Tulsi Gabbard, 45, forse la più complessa da collocare nel modello di donne che piacciono ai trumpiani: veterana di guerra in Iraq, ex democratica, ex indipendente, ex outsider, ex dissidente, ex molte cose. La sua traiettoria, più che una linea retta, ha mostrato una serie di avvicinamenti e distanze, come se la politica fosse meno una casa e più un campo magnetico. Gabbard si è staccata dalla linea dell’amministrazione sulla guerra all’Iran, ma già da tempo era stata messa ai margini, esclusa dall’operazione in Venezuela. Le sue dimissioni sono arrivate ufficialmente per l’aggravarsi delle condizioni del marito, colpito da una rara forma di tumore osseo, ma l’uscita di scena di Gabbard era attesa da almeno due mesi, da quando erano cominciate le epurazioni femminili di Trump.
Le quattro donne del tycoon alla fine hanno perso tutte il posto: chi silurata, come Noem, chi con una lettera di dimissioni, come Gabbard. Le altre due sono state salutate da Trump, spiegando che erano attese da una “nuova sfida” nel settore privato.