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Netanyahu senza voce in capitolo: “Questo per noi è un pessimo accordo”

(agf)

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L’ira per l’esclusione dalla trattativa, la preoccupazione per le ripercussioni politiche interne in vista delle elezioni di autunno. Il premier convoca d’urgenza tutti i leader della coalizione. Il Nyt: “Israele da co-pilota di Donald a mero passeggero in economy”
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GERUSALEMME – Netanyahu è preoccupato. Per sé, per la tenuta del governo che ancora guida e per le elezioni d’autunno. Perché se il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran si compone davvero delle condizioni anticipate nelle ultime ore, e se Trump sceglierà di accettarlo rinunciando a riprendere i bombardamenti, per il premier israeliano si pone un problema politico enorme. La fretta con cui ieri sera ha convocato un vertice della coalizione a cui hanno partecipato i responsabili della sicurezza nazionale per discutere del «pessimo accordo», come lo hanno descritto fonti governative a Channel 12 e al sito Axios, ne è la prova.

Netanyahu è preoccupato, dunque. Molto. La soluzione diplomatica, che lascia in piedi il regime di Teheran con i suoi missili a lunga distanza e punta al compromesso sul nucleare, non è la «vittoria totale» che aveva promesso agli israeliani e che poteva giocarsi alle urne. Una soluzione transitata sopra la sua testa, oltretutto, e che di lui restituisce l’im…

GERUSALEMME – Netanyahu è preoccupato. Per sé, per la tenuta del governo che ancora guida e per le elezioni d’autunno. Perché se il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran si compone davvero delle condizioni anticipate nelle ultime ore, e se Trump sceglierà di accettarlo rinunciando a riprendere i bombardamenti, per il premier israeliano si pone un problema politico enorme. La fretta con cui ieri sera ha convocato un vertice della coalizione a cui hanno partecipato i responsabili della sicurezza nazionale per discutere del «pessimo accordo», come lo hanno descritto fonti governative a Channel 12 e al sito Axios, ne è la prova.

Netanyahu è preoccupato, dunque. Molto. La soluzione diplomatica, che lascia in piedi il regime di Teheran con i suoi missili a lunga distanza e punta al compromesso sul nucleare, non è la «vittoria totale» che aveva promesso agli israeliani e che poteva giocarsi alle urne. Una soluzione transitata sopra la sua testa, oltretutto, e che di lui restituisce l’immagine evocata da un articolo del New York Times, che ieri riferiva, citando due fonti della Difesa israeliana, di come il presidente americano negli ultimi tempi abbia tagliato fuori «quasi del tutto» lo Stato ebraico dal negoziato.

«Da co-pilota di Trump a mero passeggero in classe economica», è il titolo dell’articolo, che ha fatto molto rumore, perché ha dato corpo al sospetto di molti, ossia che il rapporto tra i due leader non sia più quello di febbraio, l’inizio della fallimentare campagna militare contro la Repubblica islamica, quando Netanyahu è riuscito a convincere il tycoon che tagliare la testa al regime, uccidendo Khamenei e i capi dei pasdaran, sarebbe bastato a farlo crollare come un castello di carte, scommettendo, erroneamente, sull’insurrezione popolare e sull’aiuto da parte dei curdi iraniani. Niente di tutto questo è avvenuto. Trump si è ritrovato impantanato in Medio Oriente, in più con la grana dello Stretto di Hormuz che ha generato la più grave crisi energetica degli ultimi anni, e infatti ha cambiato atteggiamento. «Netanyahu fa quello che gli dico io», ha detto non più tardi di qualche giorno fa, ed è stato il primo segnale. Adesso, scrive il quotidiano newyorkese, i mediatori israeliani sono costretti a chiamare diplomatici regionali e ad affidarsi alle proprie «antenne» all’interno del regime iraniano, per capire cosa sta succedendo al tavolo della trattativa. «Netanyahu sta trasformando il Paese in una repubblica delle banane», ha commentato il falco Avigdor Liberman del partito di opposizione Yisrael Beiteinu, il primo a dare per scontato l’accordo e ad attaccare il primo ministro.

Netanyahu, però, è sempre Netanyahu, sottovalutarlo è un errore. In queste ore — scrive Axios — è al telefono con Trump, lo sta esortando a non accettare l’accordo e a riprendere la guerra. Come la storia recente insegna, sa convincerlo. «Non credo che sia stato veramente tagliato fuori dalla trattativa», dice a Repubblica Ely Karmon, analista politico e ricercatore all’Istituto internazionale per l’antiterrorismo dell’Università Reichman. «Rispetto a prima, però, la situazione interna americana per Trump non è favorevole, anche nel suo partito non vogliono questa guerra, i Paesi del Golfo e la Turchia spingono per non riprenderla. È difficile per il presidente Usa non accordarsi. In questo caso, Netanyahu, che ha bisogno della guerra, potrebbe fare un atto provocatorio a Gaza per riprenderla nella Striscia».

Nella girandola di dichiarazioni rilasciate ai media in queste ore, Trump ha affermato che non firmerà un’intesa che non sia vantaggiosa per Israele. «Credo che Netanyahu sia combattuto tra le due opzioni». Una gli potrebbe garantire la sopravvivenza politica, l’altra un sacco di spiegazioni da dare.

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