LONDRA – L’Iran degli ayatollah come la Persia del terzo secolo. L’America di Donald Trump come l’Impero Romano. L’odierna guerra intorno allo stretto di Hormuz come il lungo conflitto dell’antichità fra popoli persiani e Romani. A tracciare un parallelo storico fra passato remoto e presente è un tweet del portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Ismail Bagashi, che citando i precedenti afferma: “I Romani credevano che Roma fosse il centro del mondo, ma gli iraniani infransero questa illusione. L’imperialismo di Roma antica fu sconfitto dal nostro Paese come stiamo sconfiggendo l’imperialismo degli Stati Uniti”.
Il paragone non è completamente inappropriato. Nel 244 dopo Cristo un imperatore romano, Giordano III, fu sconfitto e ucciso dai persiani nella battaglia di Mesiche, vicino alla Bagdad di oggi, e il suo successore Filippo concluse rapidamente una pace umiliante con il re dei Sasanidi, che avevano preso il posto dei Parti come dominatori dell’antico impero persiano. È pur…
LONDRA – L’Iran degli ayatollah come la Persia del terzo secolo. L’America di Donald Trump come l’Impero Romano. L’odierna guerra intorno allo stretto di Hormuz come il lungo conflitto dell’antichità fra popoli persiani e Romani. A tracciare un parallelo storico fra passato remoto e presente è un tweet del portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Ismail Bagashi, che citando i precedenti afferma: “I Romani credevano che Roma fosse il centro del mondo, ma gli iraniani infransero questa illusione. L’imperialismo di Roma antica fu sconfitto dal nostro Paese come stiamo sconfiggendo l’imperialismo degli Stati Uniti”.
Il paragone non è completamente inappropriato. Nel 244 dopo Cristo un imperatore romano, Giordano III, fu sconfitto e ucciso dai persiani nella battaglia di Mesiche, vicino alla Bagdad di oggi, e il suo successore Filippo concluse rapidamente una pace umiliante con il re dei Sasanidi, che avevano preso il posto dei Parti come dominatori dell’antico impero persiano. È pure vero che le guerre fra Roma e Persia andarono avanti per seicento anni senza arrivare a una vittoria definitiva dei Romani. E che il confronto fra l’Impero Romano e l’Impero Americano del ventesimo (e ventunesimo) secolo è stato tracciato frequentemente dagli storici, oltre ad essere sottolineato dall’architettura di stile imperiale di Washington, ridondante di riferimenti a Roma antica, con i suoi obelischi, colonnati, pantheon: non per nulla la sede de parlamento Usa è chiamata Campidoglio, come il colle su cui nacque Roma. I fondatori della giovane repubblica americana affermavano apertamente l’obiettivo di costruire una “nuova Roma” e il potere che hanno esercitato sul mondo, in particolare dalla Seconda guerra mondiale in poi, dimostra quanto siano riusciti a realizzare il proposito.
Citare la storia in maniera selettiva, tuttavia, è fuorviante. È spesso possibile trovare casi somiglianti, destini che sembrano ripetersi, ma soltanto scegliendo esempi che fanno comodo a chi espone una determinata teoria. Il confronto tra Asia minore e Occidente ha avuto esiti assai più contraddittori e complicati di quanto dica il portavoce della diplomazia iraniana, impegnato a dimostrare che l’Iran del 2026, come la Persia del lontano passato, trionfa sui nemici venuti da ovest. Non è andata esattamente né sempre così.
La battaglia delle Termopili
Se si vuole analizzare lo scontro fra queste due civiltà, un buon punto di partenza è la battaglia che si svolge nel 480 avanti Cristo al passo delle Termopili, uno stretto passaggio verso cui il re i Persia Serse I avanzava alla testa di un formidabile esercito, nell’intento di conquistare la Grecia, vittoriosa dieci anni prima nella battaglia di Maratona, con cui si era conclusa in modo fallimentare la prima invasione persiana. Guidati da Leonida I, re di Sparta, sebbene in grande inferiorità numerica i greci riescono a bloccare l’imponente esercito persiano per una settimana.
Quando Serse trova una strada per aggirarli, Leonida allontana il grosso delle proprie forze e con 299 formidabili spartani (in realtà c’erano con lui anche qualche centinaio di soldati di altre città) sbarra il passo all’invasore. Tutti i greci muoiono, ma Serse perde 20 mila uomini: vince la battaglia, ma perde la guerra, dando tempo alla Grecia di riorganizzarsi e distruggerlo nella successiva battaglia navale intorno all’isola di Salamina.
Il sacrificio degli spartani alle Termopili è passato alla storia come l’atto che impedì all’Oriente di dominare l’Occidente: per alcuni sottolinea la vittoria della cultura ellenistica, e degli ideali di democrazia da essi partoriti, sull’assolutismo orientale. Anche in questo caso, il giudizio dovrebbe essere più articolato e complesso: ma se qualcuno si illuse di fare un boccone di un nemico sulla carta più debole, in origine fu la Persia.
Le guerre con Roma
Il conflitto intermittente fra l’Impero Romano e l’Impero dei Parti, successore dei primi re di Persia, dura sei secoli, estendendosi poi nella guerra tra l’Impero bizantino (o Impero Romano d’Oriente) e i persiani fino al 651 dopo Cristo. Ha risultati altalenanti, inframezzati da periodi di non belligeranza e da guerre civili fra le varie etnie e dinastie persiane. La repubblica romana, sotto il generale Lucio Cornelio Silla, estende i suoi confini a est fino al fiume Eufrate. Nel 53 avanti Cristo il generale Crasso subisce una pesante sconfitta ad opera dei persiani. In seguito, l’imperatore Nerone strappa loro il controllo dell’Armenia. Nel momento di massima espansione, nel 117 dopo Cristo, sotto Traiano, Roma domina vasta parte della Persia occidentale.
L’episodio del 244 dopo Cristo, a cui fa riferimento il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, vede effettivamente l’imperatore Filippo trattare con i Sasanidi, la dinastia predominante nella Persia dell’epoca, una pace a condizioni per lui svantaggiose: vuole rientrare a Roma per consolidare il proprio potere, un po’ come Trump che oggi pare avere fretta di concludere la guerra per non perdere consensi in patria a causa dell’aumento del prezzo del petrolio. Ma la pace arriva generalmente con un compromesso e quella del 244 d.C. non fa eccezione: pur rinunciando all’Armenia maggiore (l’attuale Turchia orientale), Filippo mantiene l’Armenia minore e la Mesopotamia. Tornato a casa, celebra l’accordo con monete che recitano il motto latino “Pax fundata cum Persis”. Una quindicina d’anni dopo, nel 260 d.C., i persiani vincono un’altra battaglia contro Roma, sconfiggendo e catturando l’imperatore Valeriano. Ma nei secoli a venire il confronto con l’Occidente finisce per indebolirli e nel 654 dopo Cristo cadono sotto il dominio di un altro impero: il Califfato islamico.
Califfi, mongoli e inglesi
Seguono due secoli di dominazione araba: il periodo in cui in Persia si afferma l’Islam (per adottare poi il modello di fede sciita anziché sunnita). Quindi, nel 1219, è il turno delle devastanti invasioni dell’esercito mongolo di Gengis Khan e tocca a un condottiero mongolo, Tamerlano, fondare in Persia un impero che dura per un altro secolo e mezzo. Soltanto a partire dal 1501 si riafferma una dinastia persiana locale, con lo Scià Ismail I.
Ma dopo arabi e mongoli, il nemico continua a venire dall’Asia o dal Nord, non dal confronto-scontro con l’Occidente: i turchi dell’Impero Ottomano, i russi dell’Impero zarista. Nel diciannovesimo secolo la Persia diventa teatro della rivalità fra la Russia e l’Impero britannico, che nel 1907 si accordano per spartirsela in zone di influenza. Il crollo dell’Impero Ottomano e di quello zarista, fra la Prima guerra mondiale e la rivoluzione bolscevica, lascia il Regno Unito quale unica potenza della regione: ma nel 1925 il tentativo di Londra di farne un suo formale protettorato fallisce, e Reza Khan, un comandante di brigata, marcia su Teheran, insediandosi al potere con il nome Reza Phalavi.
Il colpo di stato del 1953
Lo scià Reza Phalavi I laicizza lo stato, modernizza il Paese, avvia lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio. Nel 1931 è lui a cambiare nome alla nazione: da Persia a Iran, che deriva dall’indo-iranico Ariya e da Eran (“degli iraniani)”, termine usato fin dalla dinastia sasanida. Nel 1941, durante il secondo conflitto mondiale, Russia e Gran Bretagna lo costringono ad abdicare in favore del figlio, Reza Pahlavi II. Nel 1943 si tiene a Teheran il primo vertice fra i tre alleati contro la Germania nazista: il presidente americano Roosevelt, il premier britannico Churchill e il leader sovietico Stalin. E nel dopoguerra gli Usa si sostituiscono gradualmente alla Gran Bretagna nella gestione dell’Iran.
A quel punto diventa primo ministro Mohammam Mosaddegh, che approva la nazionalizzazione dell’industria del petrolio, fino a quel momento in mano a aziende britanniche, e difende una linea più autonoma: nel 1953 la Cia e l’Mi6, i servizi segreti di Londra e Washington, accusandolo falsamente di volere installare il comunismo, lo depongono in un colpo di stato con l’appoggio dello Scià, che instaura un regime filoccidentale ma via via sempre più autoritario.
È in questo golpe voluto dall’Occidente che ha le radici la rivoluzione del 1979, con cui va al potere l’ayatollah Khomeini: la promessa di stabilire una democrazia pluralista lascia ben presto via libera a un altro regime autoritario e all’islamismo fondamentalista, con le invocazioni a distruggere l’America, “il Grande Satana”, e Israele, “il piccolo Satana”. Allora come oggi, dietro il conflitto tra Iran e Occidente c’è l’oro nero: se il portavoce di Teheran voleva cercare un parallelo fra la il presente e il passato, la “guerra del petrolio” sarebbe senz’altro più calzante dei paragoni con la battaglia degli antichi re persiani contro l’Impero Romano nel 244 dopo Cristo.