L’accordo di massima per far finire la guerra tra Stati Uniti e Iran c’è, ma niente è deciso fino a quando è deciso. L’intesa ha un costo politico elevato sia per Washington che Teheran: entrambe devono fare i conti con le pressioni della loro base, e i calcoli interni potrebbero fino all’ultimo far deragliare il processo. Ma gli intensi negoziati che si sono svolti nelle ultime settimane con il contributo di numerosi Paesi, tra cui il Pakistan, il Qatar, la Cina, l’Oman, hanno portato a una bozza condivisa che prolunga il cessate il fuoco di 60 giorni, riapre lo Stretto di Hormuz e rimuove il blocco navale americano, e rimanda a ulteriori trattative la questione nucleare.
«Trump si è preso ancora un paio di giorni per dire l’ultima parola», scrive Axios, e anche gli iraniani ieri sera frenavano: il testo del memorandum non è stato ancora stato finalizzato, né confermato, rivelava Tasnim, l’agenzia di stampa vicina ai pasdaran. Un’intesa potrebbe essere annunciata domenica.
I negoziat…
L’accordo di massima per far finire la guerra tra Stati Uniti e Iran c’è, ma niente è deciso fino a quando è deciso. L’intesa ha un costo politico elevato sia per Washington che Teheran: entrambe devono fare i conti con le pressioni della loro base, e i calcoli interni potrebbero fino all’ultimo far deragliare il processo. Ma gli intensi negoziati che si sono svolti nelle ultime settimane con il contributo di numerosi Paesi, tra cui il Pakistan, il Qatar, la Cina, l’Oman, hanno portato a una bozza condivisa che prolunga il cessate il fuoco di 60 giorni, riapre lo Stretto di Hormuz e rimuove il blocco navale americano, e rimanda a ulteriori trattative la questione nucleare.
«Trump si è preso ancora un paio di giorni per dire l’ultima parola», scrive Axios, e anche gli iraniani ieri sera frenavano: il testo del memorandum non è stato ancora stato finalizzato, né confermato, rivelava Tasnim, l’agenzia di stampa vicina ai pasdaran. Un’intesa potrebbe essere annunciata domenica.
I negoziatori iraniani, il ministro degli Esteri Araghchi e lo speaker del Parlamento Ghalibaf, qualche giorno fa sono stati in Qatar, hanno discusso di come scongelare una parte dei fondi iraniani che sono bloccati nelle banche di Doha e questo è stato un passaggio decisivo per far avanzare l’intesa. Teheran rivendica quei soldi, ne ha bisogno con urgenza per rianimare un’economia ferma, ma Trump non può ammettere di aver dato denari all’Iran, un tema su cui ha speso due campagne elettorali attaccando Obama. Gli sherpa stanno lavorano su quello che in gergo si chiama wording, le parole del testo, per ammorbidire i contraccolpi politici. I fondi potrebbero tornare a Teheran come fondi per la ricostruzione o umanitari.
Sulla bozza manca però anche il lasciapassare della Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, e lì il processo potrebbe essere più lento perché il leader iraniano vive nascosto in una località segreta e comunica con bigliettini scritti attraverso e scambiati attraverso corrieri.
Il dato politico di fondo, tuttavia, è che né Washington né Teheran vogliono sostenere i costi di una ripresa della guerra, nonostante le differenze su questioni cruciali restino ampie e la situazione nello Stretto di Hormuz resti tesa. Nella notte tra mercoledì e giovedì le Forze armate americane hanno colpito una struttura militare a Bandar Abbas, la città fortezza nel sud dell’Iran che è la porta sul canale, e hanno abbattuto quattro droni iraniani. In risposta, i pasdaran hanno detto di aver colpito una «base aerea Usa», senza specificare quale e di aver fermato quattro navi che tentavano di attraversare lo Stretto senza coordinarsi con Teheran. Le navi sono state costrette a tornare indietro. Anche il Kuwait ha denunciato di aver subito un attacco con missili e droni, ricevendo l’immediata solidarietà dei sauditi.
Hormuz resta il punto di frizione più caldo tra iraniani e americani, non solo sul piano militare. Trump è arrivato a minacciare di attaccare l’Oman se acconsentisse a imporre pedaggi sulle navi che attraversano Hormuz, e il segretario al Tesoro Bessent ha detto che gli Stati Uniti sono pronti a sanzionare Muscat se lo facesse.
L’improvvisa offensiva verbale contro l’emirato, storico alleato dell’America, tradisce la preoccupazione di Washington per un possibile accordo regionale che porti a una nuova gestione dello Stretto di Hormuz da cui transita un quinto del petrolio commerciato globalmente. «Ciò che l’America vuole impedire è la normalizzazione del controllo iraniano su Hormuz, mascherato da veste amministrativa e legale e con la copertura araba di un alleato degli Stati Uniti», spiega ad Al Jazeera l’analista Muhanad Seloom.