TEL AVIV – Il blitz non è riuscito. È bastata la telefonata di Donald Trump per fermare il premier israeliano Benjamin Netanyahu che sperava di riprendersi la scena in corner: forzando la mano sul Libano con la minaccia di colpire direttamente la roccaforte di Hezbollah proprio nella Beirut che pure solo una settimana fa il presidente Usa gli ha detto di non toccare. E ora i suoi ministri sono furiosi: quello alla sicurezza interna Itamar Ben-Gvir, dell’ultradestra messianica, in testa. Lo ha scritto chiaro su X: «Signor primo ministro, lei ha detto che un premier forte dice al presidente Usa “Sì” quando è possibile, “No” quando necessario. E questo è il momento del “No”. Deve fare ciò che è doveroso per colpire Hezbollah, liberare le mani dei nostri soldati e restituire la sicurezza al nord».
Ma ai critici Netanyahu oppone un muro di gomma: «La posizione di Israele è immutata. Se Hezbollah non smetterà di attaccare le nostre città e i nostri cittadini colpiremo obiettivi terrori…
TEL AVIV – Il blitz non è riuscito. È bastata la telefonata di Donald Trump per fermare il premier israeliano Benjamin Netanyahu che sperava di riprendersi la scena in corner: forzando la mano sul Libano con la minaccia di colpire direttamente la roccaforte di Hezbollah proprio nella Beirut che pure solo una settimana fa il presidente Usa gli ha detto di non toccare. E ora i suoi ministri sono furiosi: quello alla sicurezza interna Itamar Ben-Gvir, dell’ultradestra messianica, in testa. Lo ha scritto chiaro su X: «Signor primo ministro, lei ha detto che un premier forte dice al presidente Usa “Sì” quando è possibile, “No” quando necessario. E questo è il momento del “No”. Deve fare ciò che è doveroso per colpire Hezbollah, liberare le mani dei nostri soldati e restituire la sicurezza al nord».
Ma ai critici Netanyahu oppone un muro di gomma: «La posizione di Israele è immutata. Se Hezbollah non smetterà di attaccare le nostre città e i nostri cittadini colpiremo obiettivi terroristici a Beirut. E l’Idf continua ad operare come previsto nel Libano meridionale», ha scritto per tutta risposta su X.
Intanto, però, è fallito il tentativo di far saltare la delicata trattativa con gli ayatollah perseguita dall’amico americano, proprio mentre il memorandum d’intesa fra Usa e Iran è a uno stadio avanzato. Conscio che comporterà anche lo stop all’avanzata nel Paese dei Cedri, cara alla sua base religiosa, quella che aspira al ripristino del “Grande Israele”: il ritorno ai confini biblici. Ed è ritenuta necessaria pure dalle comunità che vivono nel nord del Paese, al confine, costantemente prese di mira dai razzi di Hezbollah: temono per la propria sopravvivenza e lo accusano di non fare abbastanza.
Accelerazione strategica. E squisitamente elettorale. Ieri la commissione parlamentare ha infatti approvato il disegno di legge per lo scioglimento della 25ª Knesset. Il testo sarà votato a breve e si andrà alle urne entro cinque mesi. Le elezioni, quindi, si terranno al massimo entro il 27 ottobre con Bibi a spingere per la data più in là possibile, sperando di poter raggiungere almeno qualcuno dei risultati promessi, giacché per ora non ha nulla in mano: il cambio di regime a Teheran non c’è stato, la questione del nucleare iraniano non è risolta e pure Hezbollah continua a tirare razzi.
Ma a Trump, lo sa bene, non può dire di no. Tanto più ora che l’ambasciata Usa già lavora a una sua eventuale visita settembrina, che potrebbe dare una importante spinta alla sua campagna elettorale: il presidente americano è ancora molto popolare nel Paese per aver ottenuto la liberazione degli ultimi ostaggi trattenuti a Gaza. Netanyahu mastica amaro e tace. Studiando la prossima mossa che lo favorisca alle urne.