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Putin e i compromessi di Anchorage: per la pace in Ucraina si può ripartire dall’Alaska?

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Il presidente russo ha aperto ieri a Kiev sulla base dei colloqui avuti con Trump lo scorso Ferragosto. Ma dall’incontro non emerse un accordo, soltanto alcuni accenni al ruolo dell’Europa. Ecco i punti del vertice
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LONDRA – La Russia sarebbe pronta alla pace con l’Ucraina sulla base dei “compromessi” concordati con Trump nel summit in Alaska dell’agosto scorso, ha detto giovedì sera Vladimir Putin ai giornalisti a margine del vertice economico di San Pietroburgo. Ma di quali compromessi si tratta? Il summit di Ferragosto fra il presidente americano e il presidente russo si concluse senza accordi. Durò meno del previsto, poco meno di tre ore, proprio perché non era emersa la possibilità di un accordo per mettere fine al conflitto, nonostante l’ottimismo di poterlo raggiungere segnalato da Trump alla vigilia dell’incontro.

Dal colloquio ad Anchorage emerse soltanto il tappeto rosso steso dal capo della Casa Bianca ai piedi del capo del Cremlino, tra parole di cordialità a cui non fece seguito alcun fatto. L’eccezione: un accenno di Trump alla necessità che l’Europa “faccia la sua parte” in una trattativa fra Mosca e Kiev, ruolo che Berlino, Parigi e Londra ora tentano di svolgere. Per capire se og…

LONDRA – La Russia sarebbe pronta alla pace con l’Ucraina sulla base dei “compromessi” concordati con Trump nel summit in Alaska dell’agosto scorso, ha detto giovedì sera Vladimir Putin ai giornalisti a margine del vertice economico di San Pietroburgo. Ma di quali compromessi si tratta? Il summit di Ferragosto fra il presidente americano e il presidente russo si concluse senza accordi. Durò meno del previsto, poco meno di tre ore, proprio perché non era emersa la possibilità di un accordo per mettere fine al conflitto, nonostante l’ottimismo di poterlo raggiungere segnalato da Trump alla vigilia dell’incontro.

Dal colloquio ad Anchorage emerse soltanto il tappeto rosso steso dal capo della Casa Bianca ai piedi del capo del Cremlino, tra parole di cordialità a cui non fece seguito alcun fatto. L’eccezione: un accenno di Trump alla necessità che l’Europa “faccia la sua parte” in una trattativa fra Mosca e Kiev, ruolo che Berlino, Parigi e Londra ora tentano di svolgere. Per capire se oggi è possibile ripartire dall’Alaska, ecco che cosa accadde poco meno di un anno fa nello stato all’estremo nord degli Usa.

Nessun accordo

Né Putin né Trump annunciarono intese. Al termine dell’incontro, Putin disse: “E’ stata aperta una strada verso la pace in Ucraina”, ma senza fornire dettagli. Trump osservò: “Non c’è accordo finché non si arriva a un accordo su tutto”. All’arrivo ad Anchorage, il presidente americano accolse Putin sulla pista dell’aeroporto, gli strinse la mano, gli diede un’amichevole pacca sulla spalla e fra grandi sorrisi reciproci lo fece salire sulla propria limousine corazzata: un segnale di reciproca amicizia. Dopo un faccia a faccia iniziale tra i due leader, al colloquio allargato parteciparono tre consiglieri per parte. Ma finì prima del previsto, in neanche tre ore: una seconda sessione non si svolse proprio perché non si intravedeva la possibilità di progressi concreti. Nei giorni seguenti sono trapelate indiscrezioni sulle “linee rosse” del Cremlino: niente cessate il fuoco fino a quando non c’è un accordo su tutto, cessione dell’intero Donbass alla Russia (compresa la parte ancora non occupata), nuove elezioni in Ucraina, divieto di adesione alla Nato.

La conferenza stampa

La conferenza stampa congiunta durò solo 12 minuti. Sia Putin che Trump si limitarono a dichiarazioni senza rispondere a domande dei giornalisti. Putin ottenne insolitamente di parlare per primo, potendo così dilungarsi su una esposizione delle “cause alla radice del conflitto”, tutte attribuite a Kiev e all’Occidente, non alla volontà russa di impedire all’Ucraina di entrare nella Ue e nella Nato, senza venire contraddetto. Da parte sua, Trump affermò: “Sono rimasti solo pochi punti in sospeso”, senza dare chiarimenti, definendo il colloquio “estremamente produttivo”. Il termine “cessate il fuoco” non venne nemmeno pronunciato da nessuno dei due.

Cosa ottenne Putin

Dopo anni di ostracismo occidentale, in cui era stato colpito da un mandato di arresto dalla Corte Internazionale dell’Aia per i crimini di guerra commessi dalle sue truppe in Ucraina, andando in Alaska il presidente russo è ritornato in America per la prima volta in un decennio, ha ricevuto un caloroso benvenuto da Trump e un riconoscimento di rispetto. Il presidente americano lo ha esplicitamente lodato sostenendo: “Anche lui vuole mettere fine allo spargimento di sangue”. Nei dieci mesi successivi, fino ad oggi, Putin ha continuato a spargerne, bombardando e uccidendo civili ucraini nelle loro case.

Cosa ottenne Trump

Niente. Riuscì solamente a usare l’occasione per negare ancora una volta, durante la conferenza stampa, interferenze russe a suo favore durante la campagna presidenziale del 2016. Ha ottenuto inoltre, per bocca di Putin, la conferma che, se ci fosse stato lui alla Casa Bianca, la guerra in Ucraina non sarebbe nemmeno iniziata, come Trump ripete costantemente da anni, senza spiegarne i motivi, limitandosi a dare l’impressione che l’avrebbe impedita intimorendo sia Mosca che Kiev sulle conseguenze. Nel breve incontro con la stampa, Trump è apparso più laconico del solito, quasi deferente verso il leader russo. E quando Putin ha concluso, in inglese, dicendo “la prossima volta, a Mosca?”, Trump ha risposto: “Oh, questa è una proposta interessante. Mi salteranno addosso per quello che sto per dire, ma io la vedo come una cosa realizzabile”.

Il ruolo dell’Europa

L’unico punto di collegamento fra il summit in Alaska e i pur vaghi segnali di pace odierni proviene da una frase di Trump: “Andrò a un eventuale vertice tra Putin e Zelensky se mi vorranno”, affermò il presidente americano durante la conferenza stampa, aggiungendo che “anche gli europei dovranno fare la loro parte”. Parte che l’Europa oggi vorrebbe recitare, aprendo un dialogo con Mosca e indicando un possibile mediatore: non necessariamente l’ex-cancelliere tedesco Gerard Schroeder, indicato da Putin come uomo ideale per un simile ruolo ma di cui l’Occidente non si fida vista la sua lunga e profittevole collaborazione con il Gazprom, il gigante energetico russo.

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