Vladimir Putin afferma di essere pronto alla pace con l’Ucraina sulla base di non meglio specificati «compromessi» da lui discussi con Donald Trump lo scorso agosto in Alaska. In una conversazione con le agenzie di stampa a San Pietroburgo, a margine della “Davos russa”, il capo del Cremlino aggiunge che il presidente Usa gli avrebbe chiesto di fare «concessioni» e di essere disposto a farle, «se Kiev fa altrettanto». Ma ribadisce che il totale controllo di Mosca sul Donbass, incluse le aree ancora in mano alle forze ucraine, è una condizione (già rigettata da Kiev e Ue) irrinunciabile. E ripropone l’ex-cancelliere tedesco Gerhard Schroeder come mediatore. Agli europei che lo ritengono inadatto per la sua passata collaborazione con Gazprom, Putin replica: «Non è un mio amico, è stato un grande statista, di lui entrambe le parti si possono fidare». Conclude ribadendo di non essere contrario all’ingresso dell’Ucraina nella Ue, «ma non deve diventare un blocco militare».
In parallelo, an…
Vladimir Putin afferma di essere pronto alla pace con l’Ucraina sulla base di non meglio specificati «compromessi» da lui discussi con Donald Trump lo scorso agosto in Alaska. In una conversazione con le agenzie di stampa a San Pietroburgo, a margine della “Davos russa”, il capo del Cremlino aggiunge che il presidente Usa gli avrebbe chiesto di fare «concessioni» e di essere disposto a farle, «se Kiev fa altrettanto». Ma ribadisce che il totale controllo di Mosca sul Donbass, incluse le aree ancora in mano alle forze ucraine, è una condizione (già rigettata da Kiev e Ue) irrinunciabile. E ripropone l’ex-cancelliere tedesco Gerhard Schroeder come mediatore. Agli europei che lo ritengono inadatto per la sua passata collaborazione con Gazprom, Putin replica: «Non è un mio amico, è stato un grande statista, di lui entrambe le parti si possono fidare». Conclude ribadendo di non essere contrario all’ingresso dell’Ucraina nella Ue, «ma non deve diventare un blocco militare».
In parallelo, anche Volodymyr Zelensky lancia una proposta di negoziato, da parte sua l’ennesima. «Gli Stati Uniti sono distratti dal conflitto in Iran», scrive il leader ucraino in una lettera aperta a Putin. «Trattiamo fra di noi, direttamente. Includendo l’Europa e l’America come garanti. Approviamo un cessate il fuoco a partire dall’odierna linea del fronte e manteniamolo per tutta la durata del negoziato, come hanno fatto Washington e Teheran per la guerra nel Golfo». Zelensky rammenta a Putin che quando diventò presidente, «26 anni fa», molti ucraini lo guardavano con fiducia per le relazioni fra i due Paesi, «mentre oggi hanno più fiducia nei droni che hanno colpito San Pietroburgo». Commenta il portavoce del Cremlino, con parole già sentite in questi anni che sanno più di sfida che di apertura: «Abbiamo visto la lettera, Putin ne sarà informato, Zelensky può venire a Mosca a incontrarlo quando vuole». Trump aggiunge: «Sarebbe bello se si incontrassero».
Da un lato, i due leader continuano a parlare un linguaggio di sfida (Zelensky dice a Putin: «Senza pace dovrai lottare per sopravvivere»). Dall’altro, entrambi ipotizzano una trattativa. La differenza, rispetto a qualche mese fa, quando la Russia sembrava sull’offensiva, è che ora le forze di Mosca in certi punti del fronte retrocedono, difficoltà militari a cui si aggiungono il crescente scontento della popolazione in Russia e le voci secondo cui avrebbe paura di un golpe. Anche i falchi del Cremlino, riporta il Wall Street Journal, cominciano a chiedere pubblicamente la fine del conflitto. «L’attuale andamento», riconosce Aleksej Chadaev, uno storico russo su posizioni solitamente oltranziste, «non solo porta verso la non vittoria, ma ci dirige verso una completa sconfitta».