EREVAN – Gli armeni si recano alle urne dopo il frastuono di una campagna virulenta e segnata da interferenze esterne. Mosca, lo storico partner di Erevan, guarda con crescente ostilità ai suoi tentativi di diversificare le alleanze e ricorre al tradizionale armamentario di pressioni economiche e disinformazione, fino a evocare lo spettro dell’Ucraina come monito. Stati Uniti e Unione europea, Parigi in testa, hanno accolto con entusiasmo le decise aperture del governo armeno, appoggiando il primo ministro uscente in modo esplicito. I sondaggi vedono il premier Nikol Pashinyan, al potere dal 2018, in netto vantaggio su una galassia di opposizione frammentata, ma compatta nell’accusarlo di aver compromesso i rapporti con il Cremlino. Le tre formazioni con maggiori possibilità di entrare in Parlamento intendono rinsaldare l’asse strategico con Mosca e rivedere i termini dei negoziati di pace con l’Azerbaijan, l’arcinemico che nel settembre 2023 – attraverso un’offensiva militare lampo a…
EREVAN – Gli armeni si recano alle urne dopo il frastuono di una campagna virulenta e segnata da interferenze esterne. Mosca, lo storico partner di Erevan, guarda con crescente ostilità ai suoi tentativi di diversificare le alleanze e ricorre al tradizionale armamentario di pressioni economiche e disinformazione, fino a evocare lo spettro dell’Ucraina come monito. Stati Uniti e Unione europea, Parigi in testa, hanno accolto con entusiasmo le decise aperture del governo armeno, appoggiando il primo ministro uscente in modo esplicito. I sondaggi vedono il premier Nikol Pashinyan, al potere dal 2018, in netto vantaggio su una galassia di opposizione frammentata, ma compatta nell’accusarlo di aver compromesso i rapporti con il Cremlino. Le tre formazioni con maggiori possibilità di entrare in Parlamento intendono rinsaldare l’asse strategico con Mosca e rivedere i termini dei negoziati di pace con l’Azerbaijan, l’arcinemico che nel settembre 2023 – attraverso un’offensiva militare lampo avvenuta sotto gli occhi delle forze di pace russe e nell’inerzia della comunità internazionale – ha imposto la propria sovranità sull’exclave al centro della disputa con Erevan, determinando l’esodo dell’intera popolazione di etnia armena.
Lo sfidante più quotato, l’oligarca russo-armeno Samvel Karapetyan, legato al Cremlino, raccoglie meno di un terzo dei consensi di Pashinyan, mentre le altre due forze oscillano, nelle ultime rilevazioni, attorno alla soglia di sbarramento. Tuttavia, qualora tutte e tre queste formazioni riuscissero a entrare in Parlamento, non è escluso che il loro peso complessivo possa ridurre significativamente il margine di manovra del premier uscente. Sebbene una vittoria delle opposizioni appaia al momento assai improbabile, l'ampia quota di indecisi e di non rispondenti registrata dai sondaggi lascia aperto un margine di incertezza sull'esito finale.“Il principale fraintendimento consiste nel leggere questo voto come una scelta tra Russia e Occidente”, chiarisce subito Richard Giragosian, a capo del Regional Studies Center di Erevan. La strategia di Pashinyan, dice, mira piuttosto “alla ricerca di un delicato equilibrio”. Quanto al proposito di portare il Paese nell’Unione europea, non usa mezzi termini: “È un bluff strategico”. Secondo Giragosyan, certo che il partito Contratto civile verrà riconfermato con una maggioranza solida, “il governo intende restare nell’Unione economica euroasiatica”, il mercato unico a guida russa. “Abbiamo già la missione di osservazione Ue sul confine con l’Azerbaijan, il sostegno finanziario di Bruxelles. La liberalizzazione dei visti è stata avviata. Qual è il vantaggio di mettersi in fila per l’adesione?”.
Pashinyan ha annunciato nei giorni scorsi che la sua prima visita ufficiale dopo le elezioni sarà a Mosca, dove incontrerà Vladimir Putin. “Dopo il voto”, ritiene Giragosian, “la Russia revocherà l’embargo sulle esportazioni armene e Erevan rassicurerà il Cremlino, riaffermando l’impegno nell’alleanza”. “Il successo registrato finora dall’Armenia nel ridurre la dipendenza da Mosca – conclude l’analista – si fonda su passi graduali, pragmatici e non inutilmente provocatori”.
Tra le migliaia di sostenitori accorsi venerdì in piazza della Repubblica per il comizio conclusivo di Pashinyan, i rapporti con la Russia sono rimasti però sullo sfondo. Al centro, la pace con l’Azerbaijan.
Rubik, veterano di guerra, porta al petto una spilla con le mani raccolte a forma di cuore, gesto onnipresente nella campagna elettorale del governo. L’uomo ripercorre con distacco un’esistenza al fronte iniziata con il primo conflitto del Nagorno Karabakh, negli anni Novanta: “Oggi faccio fatica a comprenderne il senso”. Rusanna, 33 anni, insegnante, vuole per i suoi due gemelli un futuro nelle aule universitarie, non sul campo di battaglia: “Abbiamo pianto troppi morti”. Poi, dopo una breve pausa: “Sono esseri umani anche loro, anche dall’altro lato i soldati sono figli, padri, fratelli”.