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Beirut sotto le bombe, tutti capiscono che la guerra è tornata

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Sono le 15 di domenica quando a Dahieh si sentono i fischi e le esplosioni. “Basta, non ne possiamo più”
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BEIRUT – Il fischio, proprio «quello dei film». L’attimo in cui capisci che stai per morire, forse. Non era l’ora di Alì. Uno, due, tre colpi, «i missili non li ho contati ma sembravano una raffica», dice. I suoi 18 anni li vive a Beirut sotto le bombe israeliane. Esplodono due palazzi più in là, colpendo due appartamenti ai primi piani di un casermone di sette. Sventrano finestre e muri. Le urla, le sirene delle auto. In casa di Alì entra un fumo bianco, acre.

L’attimo in cui capisci che la storia ha preso l’ennesima svolta pericolosa. La fragile tregua sulla capitale libanese, che per settimane aveva protetto Beirut, è finita con il nuovo attacco dell’Idf. L’Iran replicherà qualche ora dopo, bombardando Israele. Ci risiamo. Si cammina di nuovo sul filo della guerra aperta. Prima il cessate il fuoco spiaggiato dalla bocciatura di Hezbollah, convinta che Israele pretendesse di «disarmare la resistenza» continuando però a colpire i miliziani come dopo l’accordo del 2024. Poi l’uccisio…

BEIRUT – Il fischio, proprio «quello dei film». L’attimo in cui capisci che stai per morire, forse. Non era l’ora di Alì. Uno, due, tre colpi, «i missili non li ho contati ma sembravano una raffica», dice. I suoi 18 anni li vive a Beirut sotto le bombe israeliane. Esplodono due palazzi più in là, colpendo due appartamenti ai primi piani di un casermone di sette. Sventrano finestre e muri. Le urla, le sirene delle auto. In casa di Alì entra un fumo bianco, acre.

L’attimo in cui capisci che la storia ha preso l’ennesima svolta pericolosa. La fragile tregua sulla capitale libanese, che per settimane aveva protetto Beirut, è finita con il nuovo attacco dell’Idf. L’Iran replicherà qualche ora dopo, bombardando Israele. Ci risiamo. Si cammina di nuovo sul filo della guerra aperta. Prima il cessate il fuoco spiaggiato dalla bocciatura di Hezbollah, convinta che Israele pretendesse di «disarmare la resistenza» continuando però a colpire i miliziani come dopo l’accordo del 2024. Poi l’uccisione di due alti ufficiali libanesi che avevano preso parte alla preparazione dei negoziati, colpiti dall’Idf «per errore» nelle montagne del Sud. Ora, l’escalation con l’attacco israeliano a Beirut.

Sono le 15,10 di domenica e il quartiere Dahieh è di nuovo sotto tiro israeliano: lo ha riempito di macerie, in questi due anni. Tra i palazzi affastellati in un’arnia di 800mila anime c’è il quartier generale politico di Hezbollah, e migliaia di famiglie come quella di Alì. La corrente è saltata, si va a piedi giù per le scale. Nonna non cammina, Alì la carica sulle spalle. Le sorelle prendono ciò che possono e lo ficcano in valigia. Papà Hassan sta tornando a casa a prenderli: «Ci è voluto un minuto nelle strade vuote della domenica», nelle vie scioccate dall’attacco, «ma per lasciare il quartiere ci abbiamo messo un’ora», racconta.

Dahieh s’era appena rigonfiato di ottimismo, ed eccolo svuotato dalle bombe israeliane. «Sono stanca di questa vita — dice Fatima Darwish, 55 anni — è la quarta volta che scappiamo in tre mesi. Vado da mia sorella ma ha solo una camera e il salotto: io e i miei tre figli dovremo dormire tutti in una stanza». Il marito resta a Dahieh, «devo pensare al mio minimarket, tornerò a dormire a casa».

Scene da una guerra fitta di minacce, intricata di sviluppi. L’attacco israeliano arriva in una fase estremamente delicata. Israele aveva accusato i miliziani sciiti, alleati di Teheran, di aver lanciato razzi nel nord del suo paese. Una delle condizioni poste nell’accordo stretto dal negoziato diretto a Washington era che l’Idf non avrebbe più colpito Beirut se Hezbollah avesse fermato i lanci. Ma l’avanzata dell’Idf continua con estrema decisione e violenza. Più di 3.500 morti in tre mesi, il modello è lo stesso applicato a Gaza: ordini di evacuazione, bombardamenti, avanzate e nuove evacuazioni che ricominciano il ciclo, spingendo le stesse famiglie a fuggire più volte in aree che non rimangono sicure a lungo. Sempre più a nord: la Yellow Line e poi il Litani, lo Zahrani e ora non basta neppure più.

Nel sud piovono bombe ogni giorno. È toccato di nuovo a Tiro, ieri. Mentre missili, droni e colpi di artiglieria devastano i villaggi dell’interno, Israele ha diramato ordini di evacuazione nella città fenicia, colpendo nuovamente edifici a pochi passi dalle vestigia romane. In città ieri c’era il nunzio apostolico, l’arcivescovo Paolo Borgia: visitava il vecchio quartiere cristiano «per rassicurare i residenti» insieme al capo di Stato maggiore di Unifil, il generale Sanzey. Con tanto di «tour del vecchio quartiere cristiano e incontri con i residenti, dai quali abbiamo ascoltato le crescenti preoccupazioni» dopo l’avvertimento israeliano a cacciare i miliziani rifugiati. Israele aveva minacciato, altrimenti, «operazioni militari» anche lì: «Vi porto l’amore e la gioia del Papa, siete promotori di pace e costruttori di convivenza», dice l’arcivescovo.

Ma è l’attacco a Beirut a rivoltare le carte del mazzo. Due morti e undici feriti. La folla, i soccorsi, le urla. Israele assicura di aver colpito «in modo simbolico», e prima di lanciare l’attacco ha avvertito Trump. Il presidente americano sostiene di essere «a un passo dall’accordo» con l’Iran, e dice che dall’Idf vorrebbe vedere «raid chirurgici» contro Hezbollah. Lo era, questo di Dahieh? «Non sono contento», dice. L’Iran aveva minacciato di riprendere gli attacchi in Israele, se l’Idf avesse colpito Beirut, e ieri sera ha lanciato i suoi missili. «Ciao, sto preparando le valigie», dicono a Dahieh.

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