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Heckman: “Troppi punti oscuri, Vance canta vittoria ma è vero il contrario”

James Heckman 

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L’economista premio Nobel: “A Hormuz ci vorranno mesi per tornare alla normalità. E gli armatori non si fidano, sono riluttanti”
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«JD Vance, che ha partecipato alla riunione di domenica notte, continua a presentarla come una vittoria americana. Ma si tratta dell’opposto». James Heckman, classe 1944, dal 1973 professore all’University of Chicago dopo il PhD a Princeton nel ‘71, premio Nobel per l’economia nel 1990, non si fida di quanto è stato concordato in Svizzera.

Professore, qual è il punto debole?

«Innanzitutto i 60 giorni concessi per negoziare. Per quanto prorogabili, sono pochi rispetto alla complessità dei problemi. C’è l’imprevedibilità dei protagonisti: gli americani, gli iraniani, per non parlare di Israele. C’è poca chiarezza sui termini finanziari, a partire dal momento in cui l’Iran potrà ricominciare a vendere petrolio. Quanto ai beni congelati, le verifiche saranno lunghe e complesse. E ancora: il fondo fantasma di 300 miliardi per la ricostruzione, tutti privati perché Trump, come per l’Ucraina, ha detto che l’amministrazione non ci mette un centesimo. Dunque, parliamo di compagnie europee, sud…

«JD Vance, che ha partecipato alla riunione di domenica notte, continua a presentarla come una vittoria americana. Ma si tratta dell’opposto». James Heckman, classe 1944, dal 1973 professore all’University of Chicago dopo il PhD a Princeton nel ‘71, premio Nobel per l’economia nel 1990, non si fida di quanto è stato concordato in Svizzera.

Professore, qual è il punto debole?

«Innanzitutto i 60 giorni concessi per negoziare. Per quanto prorogabili, sono pochi rispetto alla complessità dei problemi. C’è l’imprevedibilità dei protagonisti: gli americani, gli iraniani, per non parlare di Israele. C’è poca chiarezza sui termini finanziari, a partire dal momento in cui l’Iran potrà ricominciare a vendere petrolio. Quanto ai beni congelati, le verifiche saranno lunghe e complesse. E ancora: il fondo fantasma di 300 miliardi per la ricostruzione, tutti privati perché Trump, come per l’Ucraina, ha detto che l’amministrazione non ci mette un centesimo. Dunque, parliamo di compagnie europee, sudcoreane, giapponesi, anche americane, purché private. Non solo, il presidente ha aggiunto che neanche ai Paesi del Golfo chiederà alcun impegno. E se l’amministrazione volesse metterci qualcosa, servirebbe l’approvazione del Congresso, al momento improbabile».

Insomma, un giallo.

«Trump ha parlato di investimenti privati nell’energia, nella logistica, nella manifattura, nei trasporti. Ha detto che per metà sono già coperti, ma non ha fatto neanche un nome di azienda. Si ripete lo scenario-Venezuela, anzi peggio perché non c’è una classe dirigente “amica” di riferimento come a Caracas. L’unico contratto in Venezuela è della Exxon, finanziatore elettorale di Donald Trump».

Però l’Iran sembrerebbe avere accettato gli ispettori dell’Aiea come ai tempi di Obama, e lo stretto di Hormuz ha riaperto.

«Ma le navi sono riluttanti perché c’è il pericolo che gli iraniani impongano presto o tardi qualche tassa di passaggio, o assicurazione obbligatoria. Serviranno mesi per smaltire il traffico e ancora di più perché vengano ripristinate le riserve strategiche. L’Oklahoma, stato petrolifero per eccellenza, è sotto i livelli di guardia, e così tutto l’Occidente».

Nessuno degli obiettivi prefissati è stato raggiunto?

«Il regime è cambiato ma è diventato quella che il New York Times ha definito “Repubblica islamica 3.0”, con il passaggio da una teocrazia a una giunta militare munita di una guardia armata».

Le monarchie del Golfo, come guarderanno all’appoggio americano sotto il quale avevano vissuto per quarant’anni?

«Con imbarazzo. Gli iraniani li hanno bombardati per ritorsione ai bombardamenti americani. Rimettersi sotto l’ombrello Usa, che non li ha coperti, è difficile perché si è rotto il rapporto di fiducia. Resteranno per necessità, leali ma con riserva. È un effetto di questa guerra insensata, l’ennesimo fallimento dopo l’Iraq, l’Afghanistan, per non parlare del Vietnam. Paradossalmente, l’unico regime change riuscito risale al Giappone dopo la II Guerra Mondiale, pensi al costo di vite umane. Qui l’unico regime a cambiare è quello del dollaro».

Ci spiega meglio?

«Iran, Cina, Russia, spianano la strada verso scambi regolati in altre valute, magari digitali. Non sarà un percorso breve, ma può essere uno degli effetti collaterali. Ed è uno degli ostacoli al recupero dei beni congelati: difficilmente saranno rimasti in dollari, ma in cosa si sono trasformati di spendibile?»

A suo avviso rischiamo ancora la recessione?

«In Europa, Cina, America, l’inflazione morde. Trump ha fretta perché le elezioni di midterm le ha praticamente già perse, ma lo staff dei collaboratori non è in grado di garantire stabilità e politiche coerenti. Da cinque anni in America l’inflazione non raggiunge il livello voluto del 2%. Per non parlare dei dazi, che Trump ripete che sono pagati dagli stranieri quando invece sono una tassa interna».

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