«Per un mese l’unica consolazione è stata sapere che non stesse nei lager libici di cui abbiamo tanto sentito parlare. Sentire la sua voce, anche solo per un momento, ci ha dato conforto». Giuseppe Alberizia, fratello di Dina, l’attivista italiana 67enne liberata dopo essere rimasta quasi un mese prigioniera nella Libia di Haftar, sembra non stare più nella pelle.«L’ho appena detto a mio padre. Ha 98 anni, anche per lui è stato molto difficile» . I famililari di Domenico Centrone, l’altro attivista italiano appena scarcerato, preferiscono non parlare, si trincerano dietro una b nota con cui ricordano «domani è il compleanno di Nico, che possa festeggiarlo in libertà è un regalo indescrivibile», per poi ringraziare tutti quelli che hanno lavorato al la sua liberazione. «Io non vedo l’ora di dire a tutti che mia sorella è libera», dice invece Alberizia.
Chi vi ha dato la notizia?
«Mi ha chiamato il ministro Tajani. Mi ha confermato la liberazione e mi ha detto che erano in partenza per …
«Per un mese l’unica consolazione è stata sapere che non stesse nei lager libici di cui abbiamo tanto sentito parlare. Sentire la sua voce, anche solo per un momento, ci ha dato conforto». Giuseppe Alberizia, fratello di Dina, l’attivista italiana 67enne liberata dopo essere rimasta quasi un mese prigioniera nella Libia di Haftar, sembra non stare più nella pelle.«L’ho appena detto a mio padre. Ha 98 anni, anche per lui è stato molto difficile» . I famililari di Domenico Centrone, l’altro attivista italiano appena scarcerato, preferiscono non parlare, si trincerano dietro una b nota con cui ricordano «domani è il compleanno di Nico, che possa festeggiarlo in libertà è un regalo indescrivibile», per poi ringraziare tutti quelli che hanno lavorato al la sua liberazione. «Io non vedo l’ora di dire a tutti che mia sorella è libera», dice invece Alberizia.
Chi vi ha dato la notizia?
«Mi ha chiamato il ministro Tajani. Mi ha confermato la liberazione e mi ha detto che erano in partenza per la Tunisia e da lì poi torneranno in Italia. Ma non so o non ricordo i dettagli. Ero troppo emozionato e felice. Non capivo più nulla».
Ha già sentito sua sorella?
«Dopo la liberazione no. Durante la sua detenzione, siamo riusciti a parlarci brevemente».
Cosa le ha raccontato?
«Lei ha sempre cercato di tranquillizzarci. “Sto bene”, ci ripeteva. Probabilmente lo ha fatto anche perché mio padre è molto anziano, quindi non voleva trasmetterci ulteriori ansie».
Con lei ci è riuscita?
«Sentirla, ascoltare la sua voce di certo mi ha tranquillizzato. Ci ha sempre detto di star bene, anche psicologicamente, al netto di condizioni non certo comode. Capirò meglio quando potrò finalmente parlarci».
Quale sarà la prima cosa che le dirà?
«Che dal punto di vista umano, dopo quest’esperienza si troverà più ricca di quando è partita, per il numero di persone che si sono strette attorno a lei e noi, che si sono mobilitate, hanno fatto pressione. Mi riferisco anche a gente lontana dal mondo dell’attivismo politico. I genitori dei suoi ex alunni, le sue ex colleghe. C’è un mondo che per un mese non l’ha dimenticata e ha lottato per lei».
C’è stato un momento in cui lei ha avuto davvero paura?
«La paura c’è stata sempre, ogni singolo istante. Sappiamo cos’è la Libia, lì le regole, i diritti non esistono. La situazione è estremamente instabile, può succedere di tutto in qualsiasi momento».
Con il senno di poi, se tornasse indietro chiederebbe a sua sorella di non partire?
«Le avevo esternato le mie preoccupazioni prima della missione, avevamo parlato della Libia, anzi delle Libie, dei rischi. E lei non è una sprovveduta, sapeva perfettamente cosa stesse facendo. Quando mia sorella abbraccia una causa, è disposta ad andare fino in fondo sempre. Lo so, e rispetto le sue scelte e mi fido di lei».