Si è risvegliato il mostro. La maledizione di La Guaira, lo Stato più colpito affacciato sul Mar dei Caraibi a pochi chilometri da Caracas, è un incubo che riaffiora dalla storia tragica del Venezuela. Riecco le urla, i palazzi sventrati. Gli occhi insonni, la polvere, lo shock. Catia La Mar, la spiaggia di Caracas, è in macerie: decine di palazzi crollati, molti danneggiati gravemente. I morti, i dispersi. I sopravvissuti con indosso i vestiti di mercoledì sera, quando il terremoto ha travolto la quiete della costa caraibica.
Oggi è il sisma a colpire La Guaira. Nel 1999 fu la montagna liquefatta da una settimana di piogge a schiantarla in mare, trascinando con sé interi paesi e migliaia di persone. Era dicembre, Chavez era appena stato eletto presidente. Prometteva la rivoluzione per il Venezuela infangato da quarant’anni di corruzione. Nel Paese morso dalla crisi e consumato dalla sperequazione voleva seppellire la vecchia Repubblica, ma fu il suo Venezuela a nascere sepolto dal fa…
Si è risvegliato il mostro. La maledizione di La Guaira, lo Stato più colpito affacciato sul Mar dei Caraibi a pochi chilometri da Caracas, è un incubo che riaffiora dalla storia tragica del Venezuela. Riecco le urla, i palazzi sventrati. Gli occhi insonni, la polvere, lo shock. Catia La Mar, la spiaggia di Caracas, è in macerie: decine di palazzi crollati, molti danneggiati gravemente. I morti, i dispersi. I sopravvissuti con indosso i vestiti di mercoledì sera, quando il terremoto ha travolto la quiete della costa caraibica.
Oggi è il sisma a colpire La Guaira. Nel 1999 fu la montagna liquefatta da una settimana di piogge a schiantarla in mare, trascinando con sé interi paesi e migliaia di persone. Era dicembre, Chavez era appena stato eletto presidente. Prometteva la rivoluzione per il Venezuela infangato da quarant’anni di corruzione. Nel Paese morso dalla crisi e consumato dalla sperequazione voleva seppellire la vecchia Repubblica, ma fu il suo Venezuela a nascere sepolto dal fango.
Mentre i venezuelani votavano la Costituzione bolivariana, la fiumana di La Guaira cancellava la costa a Carmen de Uria, a Macuto, a Caraballeda. La montagna liquefatta entrò nelle case, nei letti, nelle scuole, nei garage, nei negozi. Una sopravvissuta raccontò di aver visto casa aprirsi in due. Un’altra di aver camminato tra i cadaveri. I bambini chiamavano i genitori inghiottiti dal fango. Chávez, tra gli sfollati di La Guaira, era il presidente di un Paese da rifondare. Rifiutò l’aiuto dei soldati americani accettando i medici cubani inviati da Fidel Castro. Era una scelta di campo, in un Paese che non riusciva nemmeno a contare i morti, sepolti da tre metri di detriti o trascinati chissà dove dalle onde. Nessuno sa quanti furono davvero i caduti di La Guaira. Cinquemila, diecimila, trentamila… Ma su una cosa gli studiosi erano d’accordo: era una delle frane più mortali nella storia umana.
Ventisette anni dopo, riecco la maledizione. Come allora, il Venezuela ha appena voltato pagina: dopo 13 anni di chavismo inaridito da crisi e isolamento, povertà ed esodo, Maduro è in un carcere federale negli Stati Uniti. A governare il Paese distrutto dal sisma c’è la sua vice, Delcy Rodríguez. Il Venezuela è sfinito dall’emergenza permanente e dai blackout, ma rivive lo stesso dramma. Nel 1999 gli sfollati arrivavano a Caracas in autobus, in elicottero. Li evacuavano in barca. Le cronache raccontano i materassi nei centri congressi, in scuole e caserme. Oggi è lo stesso. «Ho perso tutto — dice Cristian Carreño davanti al suo palazzo carbonizzato che pende da un lato — immagino ci siano ancora persone dentro. È devastante». In tv ecco i bambini estratti vivi, coperti di polvere. La gente sdraiata al sicuro, a terra ma lontano dai muri infidi. I letti in piazza, all’esterno dell’ospedale di La Guaira. Un uomo in pantaloncini si cala lungo la facciata di un palazzo inclinato. I sospiri di chi cerca una voce sotto le macerie. «Riviviamo l’incubo di 27 anni fa, ma questa volta la gente è morta sepolta dagli edifici crollati invece che sotto montagne di fango», dice Paola Canelón, una giornalista che nella frana perse tutto fuorché la vita.
L’incubo ricomincia così da La Guaira, la porta del Venezuela. Una città di 200 mila anime strette tra l’acqua cristallina del mar dei Caraibi e la Cordigliera. Il capoluogo di uno Stato bello e maledetto, nato con tante opportunità e poche regole di fronte alla forza della natura. I turisti sulle spiagge da sogno, i Margarita nelle hall degli alberghi come l’Eduard di Macuto, ora in macerie. Il commercio nel grande porto che è il vero scalo di Caracas. Ed è qui anche l’aeroporto internazionale Simón Bolívar, danneggiato dal terremoto. Si arriva a Caracas in mezzora di autostrada, attraversando la montagna che incombe sulla spiaggia con le sue nervature di un verde mozzafiato, con i torrenti razzenti che la rigano. Nel 1999 il fango travolse tutto. Case, vite, spazzò via interi paesi: Carmen de Uria, Cerro Grande, il quartiere di Los Corales. Alti condomìni persero i primi due piani come arti inutili, spazzati via dalla corrente: oggi eccoli squinternati dal terremoto. C’erano massi grandi quanto case, e interi quartieri in cui dal fango e dai detriti spuntavano solo i tetti. Il mostro ora ha divorato anche quelli.