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La capomissione dell’Oim: “Ho visto edifici sgretolarsi, sono fuggita in ambasciata”

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“Abbiamo trascorso parte della notte nel giardino. Il mio staff è in salvo, ma c’è voluto parecchio tempo per riuscire a contattare tutti”
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«Ho visto l’edificio davanti al mio ufficio disintegrarsi in una manciata di secondi. Poi il caos, le nuvole di polvere, la gente nel panico, i feriti che chiedevano aiuto, i bambini rimasti soli». Lia Poggio, capo missione dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) in Venezuela, vive a Caracas da quattro anni. «Era un giorno festivo, ma per le agenzie dell’Onu era comunque lavorativo. Avevamo chiuso l’ufficio alle 16. La maggior parte dei colleghi era uscita, cinque erano ancora dentro». Dopo il terremoto, ha trovato rifugio, insieme ad altri, nella residenza dell’ambasciatore italiano Giovanni De Vito.

Dove si trovava?

«Nel mio appartamento, a Caracas, al settimo piano di un palazzo degli anni Ottanta, relativamente solido. Le due scosse sono state ravvicinate e potenti. Abbiamo attivato subito i meccanismi interni con il dipartimento sicurezza e ci è stato indicato di scendere in strada. Abbiamo passato alcune ore nel cortile fuori. Poi, per precauzione, sono stati …

«Ho visto l’edificio davanti al mio ufficio disintegrarsi in una manciata di secondi. Poi il caos, le nuvole di polvere, la gente nel panico, i feriti che chiedevano aiuto, i bambini rimasti soli». Lia Poggio, capo missione dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) in Venezuela, vive a Caracas da quattro anni. «Era un giorno festivo, ma per le agenzie dell’Onu era comunque lavorativo. Avevamo chiuso l’ufficio alle 16. La maggior parte dei colleghi era uscita, cinque erano ancora dentro». Dopo il terremoto, ha trovato rifugio, insieme ad altri, nella residenza dell’ambasciatore italiano Giovanni De Vito.

Dove si trovava?

«Nel mio appartamento, a Caracas, al settimo piano di un palazzo degli anni Ottanta, relativamente solido. Le due scosse sono state ravvicinate e potenti. Abbiamo attivato subito i meccanismi interni con il dipartimento sicurezza e ci è stato indicato di scendere in strada. Abbiamo passato alcune ore nel cortile fuori. Poi, per precauzione, sono stati chiusi luce e gas. Ci sono stati danni strutturali e alcune crepe. L’edificio è rimasto in piedi, ma ho preferito passare la notte altrove».

Ha avuto paura?

«Sì, anche se sono abituata a situazioni di crisi. È stato intenso, anche se breve. E al settimo piano, dove mi trovavo, si sente».

Dove ha dormito?

«Nell’ambasciata italiana. Nel mio appartamento ci sono crepe profonde. Eravamo sette-otto persone, compresi l’ambasciatore e sua moglie. Abbiamo trascorso parte della serata nel giardino, poi siamo riusciti a dormire un paio d’ore. Al mattino presto ero già al telefono, per verificare che tutto il mio staff nel Paese fosse al sicuro».

Sono tutti salvi?

«Fortunatamente sì. Però è stato difficile contattare alcuni colleghi nelle ore successive, le linee non funzionavano».

L’ambasciata italiana ha subito danni?

«Io non l’ho visto direttamente. Mi hanno riferito che è inagibile che servirà una valutazione tecnica. Anche la nostra sede Oim, dove ci sono uffici di altre agenzie Onu, è stata dichiarata inagibile. Ieri mattina siamo riusciti a entrare solo per recuperare computer, le nostre cose personali e soprattutto i veicoli per le attività operative».

Quali sono le priorità per il Venezuela, ora?

«La prima è continuare le operazioni di ricerca e soccorso, per le persone ancora sotto le macerie. La seconda è garantire ai feriti l’accesso ai servizi sanitari. La terza priorità è l’assistenza immediata: alloggi di emergenza per chi ha perso la casa, protezione, aiuti alimentari, acqua, servizi igienico-sanitari. È fondamentale anche completare le valutazioni dei danni strutturali per capire quali edifici siano agibili e quali no».

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