✕

Venezuela in ginocchio: centinaia di morti tra le macerie. I dispersi sono almeno 40mila

(reuters)

Ascolta l'audio

Nel giorno della festa per l’indipendenza di 7.2 e 7.5 gradi fanno tremare la terra. Colpita anche la capitale Caracas
3 minuti di lettura

Trentanove secondi sono pochi anche per fuggire. La terra trema, le pareti all’improvviso si muovono, i palazzi si accartocciano, l’istinto è quello di buttarsi sotto il tavolo, o correre fuori. Ma trentanove secondi, che è il tempo trascorso tra la prima scossa di magnitudo 7.2 (alle 18.04 e 31 secondi) e la seconda persino più forte, 7.5 (alle 18.05 e 10 secondi), non hanno lasciato al Venezuela neppure il tempo di sperare.

Mercoledì 24 giugno doveva essere di festa nazionale. Si commemorava la battaglia del Carabobo che nel 1821 segnò l’indipendenza dalla Spagna. I venezuelani di Caracas, e degli stati di Mérida, Aragua, Carabobo e La Guaria, quest’ultimo il più devastato, di nuovo, dopo la frana del 1999 che seppellì migliaia di persone, l’hanno trascorsa a scavare a mani nude nelle macerie di edifici costruiti negli anni Cinquanta e sbriciolatisi in meno di un minuto. Troppo vecchi per resistere alla doppietta sismica, che è stata più forte del terremoto del 1967 (236 morti) e pa…

Trentanove secondi sono pochi anche per fuggire. La terra trema, le pareti all’improvviso si muovono, i palazzi si accartocciano, l’istinto è quello di buttarsi sotto il tavolo, o correre fuori. Ma trentanove secondi, che è il tempo trascorso tra la prima scossa di magnitudo 7.2 (alle 18.04 e 31 secondi) e la seconda persino più forte, 7.5 (alle 18.05 e 10 secondi), non hanno lasciato al Venezuela neppure il tempo di sperare.

Mercoledì 24 giugno doveva essere di festa nazionale. Si commemorava la battaglia del Carabobo che nel 1821 segnò l’indipendenza dalla Spagna. I venezuelani di Caracas, e degli stati di Mérida, Aragua, Carabobo e La Guaria, quest’ultimo il più devastato, di nuovo, dopo la frana del 1999 che seppellì migliaia di persone, l’hanno trascorsa a scavare a mani nude nelle macerie di edifici costruiti negli anni Cinquanta e sbriciolatisi in meno di un minuto. Troppo vecchi per resistere alla doppietta sismica, che è stata più forte del terremoto del 1967 (236 morti) e paragonabile, per potenza, a quello di San Narciso del 1900. Migliaia di sfollati hanno dormito su materassi e stuoie ai lati delle strade, in Plaza Venezuela a Caracas, nei cortili, oppure stipati nelle automobili. Per molte ore isolati, senza luce e senza segnale telefonico. Alcuni sono rimasti a fare la guardia alle case e ai negozi vuoti. Perché nella notte del Venezuela ci sono anche loro: gli sciacalli.

Lo racconta alla televisione spagnola uno dei 500 mila abitanti di La Guaira, José Rolón, che ha fatto un giro nella zona residenziale di Los Corales, «rasa al suolo come sottoposta a demolizione controllata», e poi a Caraballeda, «dove ci sono persone che cercano di saccheggiare le abitazioni e altre che piangono e gridano ai detriti i nomi dei loro familiari perché pensano che, là sotto, siano ancora vivi». A Catia la Mar, città sulla costa di La Guaira, un gruppo di uomini e donne è stato visto uscire da un negozio di alimentari mezzo bruciato, avevano borse piene di cibo e altro.

Il doppio terremoto, a cui sono seguite 138 repliche, ha scosso un Paese già fragile, economicamente e politicamente. L’epicentro è segnalato al confine tra gli stati di Carabobo e Yaracuy, nei pressi delle località Morón e Montalbán, trecento chilometri da Caracas. Il bilancio, dopo 24 ore, è drammatico e per forza provvisorio: 188 morti accertati, almeno 200 le persone intrappolate sotto le rovine, 1.520 feriti, tra i 30 mila e i 40 mila i dispersi registrati sul sito ad hoc, aperto dal governo. Il servizio geologico statunitense stima che un evento del genere, in quella parte del globo, ha il 42 per cento di probabilità di causare tra le 10 mila e le 100 mila vittime.

«Dichiaro lo stato di emergenza e ringrazio tutti i Paesi che si sono offerti per aiutarci», dice Delcy Rodriguez, la presidente ad interim, che annuncia lo stanziamento di 200 milioni di dollari dal Fondo monetario internazionale «per ricostruire infrastrutture, ospedali e le case». Briciole, serviranno miliardi.

(afp)

A gennaio Rodriguez ha preso il posto di Nicolás Maduro, prelevato e arrestato dalle forze speciali americane in un blitz ordinato da Donald Trump. Anche il leader decaduto ha mandato un messaggio, dalla cella di New York dove è chiuso insieme con la moglie: «È il momento dell’unità nazionale, della serenità e dell’amore». Gli Stati Uniti sono i primi a far arrivare aiuti a Caracas, insieme a El Salvador, la Repubblica dominicana, il Messico, la Francia, la Spagna e l’Italia, che in queste ore invia una settantina di operatori tra vigili del fuoco specializzati in ricerca e soccorso, personale sanitario ed esperti della Protezione civile. Il Venezuela, affetto da una crisi sistemica che perdura da anni, ne ha un disperato bisogno.

Mercoledì sera a Chacao, uno dei distretti di Caracas dove almeno quattro edifici si sono polverizzati in pochi attimi, il sindaco Gustavo Duque girava per i quartieri, urlando in un megafono aggiornamenti («abbiamo estratto 18 persone vive», «l’ospedale ha ancora posti», «non fate la fila al serbatoio dell’acqua») e informazioni utili ai cittadini smarriti: le forze messe in campo dalle autorità venezuelane non sono sufficienti per gestire un tale cataclisma, il popolo si sta soccorrendo da solo.

Il ground zero è La Guaira, lo stato del turismo affacciato sulla costa del mar del Caraibi. Duecentocinquanta palazzi sono crollati. Centinaia le persone incastrate tra i mattoni, i visi impolverati dei parenti che, sopravvissuti, tendono l’orecchio per sentire le voci di sotto, le funi, le catene umane che si formano per svuotare i secchi di calcinacci, le ruspe. Poche.

Il tempo scorre, i soccorritori sanno che le 72 ore dopo un terremoto sono quelle cruciali, che determinano la vita o la morte di chi è rimasto schiacciato. L’aeroporto internazionale Simón Bolívar di Maiquetía, è stato danneggiato ed è tuttora chiuso, solo una pista di emergenza è agibile. Questa tragedia è solo all’inizio. Alle sette di sera, la presidente Rodriguez chiama i venezuelani a una “oración ecumenica”. Una preghiera collettiva per i morti, i feriti e i dispersi. Quelli che si sanno già, e quelli che sapremo.

Leggi i commenti