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A Caracas l’ora drammatica dei figli desaparecidos: “Dite se sono sopravvissuti”

Foto Fabio Tonacci 

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Negli ospedali e nelle strade, molte famiglie venezuelane cercano i bambini scomparsi dal giorno del terremoto
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CARACAS – «Ho perso i figli. Li cerco dal giorno del terremoto. Ho chiesto a tutti gli ospedali ma nessuno sa darmi informazioni utili. Sono quattro, i miei figli: Mathias ha un anno, è il più piccolo, Anly ha sei anni, Josemith otto, Yamaily ne ha quindici. La nostra casa, nella torre OPP 22 a Playa Caribe, a Catia La Mar, è venuta giù. Io non c’ero, loro erano lì da soli. Però forse non erano in casa, no? Il 24 giugno era festa nazionale, forse erano fuori. È possibile, vero?».

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I desaparecidos, per definizione, non sono né vivi né morti: sono coloro che sono sospesi tra la clessidra del tempo trascorso dalla tragedia e la speranza di chi li cerca. Quando i desaparecidos sono anche “hijos”, figli, nessuno se la sente di razionalizzare troppo. Perciò attorno a questo giovane padre di 28 anni di nome José Vásquez, arrivato in moto al Parque del Oeste dove sono appese le fo…

CARACAS – «Ho perso i figli. Li cerco dal giorno del terremoto. Ho chiesto a tutti gli ospedali ma nessuno sa darmi informazioni utili. Sono quattro, i miei figli: Mathias ha un anno, è il più piccolo, Anly ha sei anni, Josemith otto, Yamaily ne ha quindici. La nostra casa, nella torre OPP 22 a Playa Caribe, a Catia La Mar, è venuta giù. Io non c’ero, loro erano lì da soli. Però forse non erano in casa, no? Il 24 giugno era festa nazionale, forse erano fuori. È possibile, vero?».

Foto Fabio Tonacci 

I desaparecidos, per definizione, non sono né vivi né morti: sono coloro che sono sospesi tra la clessidra del tempo trascorso dalla tragedia e la speranza di chi li cerca. Quando i desaparecidos sono anche “hijos”, figli, nessuno se la sente di razionalizzare troppo. Perciò attorno a questo giovane padre di 28 anni di nome José Vásquez, arrivato in moto al Parque del Oeste dove sono appese le foto dei dispersi, si forma subito un capannello di sguardi solidali, frasi di circostanza e un’unica risposta: sì, è possibile. «Grazie…», dice José, con il casco ancora in testa. «Finora ho incontrato solo freddezza e indifferenza nelle autorità a cui mi sono rivolto».

Il parco, quartiere popolare Catia di Caracas, è stato riadattato a tendopoli per la massa di sfollati provenienti dai cinque stati interessati dal sisma. Sono soprattutto di La Guaira, il più devastato. Gli uomini della Guardia del Pueblo, in pettorina e cappello rossi, presidiano l’ingresso del parco e impediscono l’accesso a chiunque non sia registrato. Davanti c’è un parallelepipedo di cemento che è diventato il totem dei dispersi, tappezzato con migliaia di nomi e decine di facce tanto da essere coperto quasi per intero. Tranne la parte bassa, lasciata libera, dove si legge uno slogan per la liberazione di Maduro.

José non è l’unico padre che va cercando figli smarriti. Tra i 67 mila dispersi (secondo fonti consultate da Repubblica), gli hijos desaparecidos sono sicuramente tanti, e lo si capisce non dalle cifre ufficiali, che non ci sono o non vengono comunicate, ma, più empiricamente, vedendo quanti adulti esausti si avvicinano al parallelepipedo di Parque del Oeste, portando cartelle con le foto stampate a colori e numeri da contattare, appena qualcuno chiede ad alta voce “quién busca niños?”.

Foto Fabio Tonacci 

«Io sto cercando Aron e Aranza Mendoza Orias, 13 anni, sono i figli gemelli di mio zio», dice Andrés García, 37 anni. Mostra la foto dei due adolescenti sul telefonino. «Abitano al Residencias Caribe a Los Cocos, Caraballeda, nella torre 26». Le torri coi numeri identificano quasi sempre l’edilizia popolare, residenze costruite in base al piano governativo socialista Misión Vivienda. Come il quartiere Hugo Chavez Frías a Catia La Mar, raccontato ieri da Repubblica, nella zona rossa a la Guaira: casette di cartongesso e materiali leggeri ora tutte sventrate e adagiate su un fianco. «Tre giorni dopo il terremoto siamo riusciti a entrare nell’appartamento, non in tutte le stanze però, solo in due. Aron e Aranza non erano lì. Non sentivamo odore di decomposizione per cui dovevano essere altrove al momento della doppia scossa. Mio zio è rimasto a Caraballeda, li sta cercando ovunque. I soccorritori sono venuti a vedere la torre ma non avevano pale e strumenti per scavare, se ne sono andati senza fare niente».

Foto Fabio Tonacci 

Una signora di nome Carmen Flores, 59 anni, sta provando a entrare nella tendopoli ma le Guardie del Pueblo glielo impediscono. «Mio nipote Jeremías Rivas potrebbe essere lì dentro, mi è arrivato un audio su WhatsApp dalla Red de Emergencia che dice che è vivo ed è in un parco per sfollati». La mamma di Jeremías è ferita in ospedale, il padre è all’estero. Tocca alla nonna girare a piedi e bussare a porte che non si aprono.

La questione dei dispersi è un caos quanto la gestione dei soccorsi. Niente sembra essere davvero ufficiale, perché la cifra, i 67 mila, che cresce ogni giorno, è frutto di segnalazioni raccolte su diverse piattaforme e nei modi più disparati. Circolano poi fake news, annunci fasulli o scaduti, messaggi in buona fede ma che generano più illusioni che certezze. Gli ospedali di Caracas sono costretti ad affiggere le liste aggiornate dei feriti nei loro reparti, nomi e cognomi, divisi per età, proprio per arginare il fiume di richieste di informazioni e permettere a tutti di verificare, in modo immediato, se figli, genitori e amici desaparecidos sono finiti in quei ricoveri.

All’ospedale pediatrico JM de Los Ríos, si incontra Jaleidi Peña, una donna di 63 anni, che sta chiedendo alle dottoresse se sanno qualcosa di sua nipote Valery Azuaje, otto anni. Era a Caraballeda il 24 giugno. La donna estrae dalla borsa il telefono e fa ascoltare un audio che le è stato mandato da una chat di gruppo. «Parenti di Valery Azuaje, la bambina è sulla lista dei pazienti trasferiti all’ospedale Pérez Carreño». Ma al Carreño non c’è. «Hanno consultato i registri, non risulta. Forse però è qui da voi?». Si inseguono speranze, non c’è molto altro da fare.

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