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“Come mille giorni di guerra a Gaza hanno consumato i nostri corpi e i nostri cuori”

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Dopo il massacro di 1200 persone compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023 l’offensiva di Israele ha ucciso più 70 mila abitanti della Striscia. La testimonianza dei vivi dipinge un quadro straziante del peso del conflitto su grandi e bambini
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Da quando la guerra è iniziata, il 7 ottobre, la vita intorno a me è cambiata. È cominciata con un'immensa sofferenza e continua ancora oggi. Ero convinta che questa guerra sarebbe durata solo una o due settimane. Pensavo che sarebbe stata come le guerre precedenti, ma con il passare dei giorni ho vissuto uno shock dopo l'altro. Ogni momento ha portato con sé nuove difficoltà, tra bombardamenti continui e sfollamenti.

Pensare che il cessate il fuoco avrebbe significato la fine della sofferenza è stato un errore. La sofferenza continua. Seguo ciò che accade a Gaza momento per momento. La mia amica egiziana Shaimaa, che mi aiuta ad assistere mia madre durante le cure, mi dice: “Ti vedo sempre con il telefono in mano. È questo telefono la causa dei tuoi problemi sempre più grandi”. Io le rispondo: “Il mio corpo è qui, in Egitto, ma la mia mente e il mio cuore sono con la mia famiglia”.

Ogni giorno parlo con mio padre. Mi racconta che non è riuscito a trovare un taxi che lo portasse nella…

Da quando la guerra è iniziata, il 7 ottobre, la vita intorno a me è cambiata. È cominciata con un'immensa sofferenza e continua ancora oggi. Ero convinta che questa guerra sarebbe durata solo una o due settimane. Pensavo che sarebbe stata come le guerre precedenti, ma con il passare dei giorni ho vissuto uno shock dopo l'altro. Ogni momento ha portato con sé nuove difficoltà, tra bombardamenti continui e sfollamenti.

Pensare che il cessate il fuoco avrebbe significato la fine della sofferenza è stato un errore. La sofferenza continua. Seguo ciò che accade a Gaza momento per momento. La mia amica egiziana Shaimaa, che mi aiuta ad assistere mia madre durante le cure, mi dice: “Ti vedo sempre con il telefono in mano. È questo telefono la causa dei tuoi problemi sempre più grandi”. Io le rispondo: “Il mio corpo è qui, in Egitto, ma la mia mente e il mio cuore sono con la mia famiglia”.

Ogni giorno parlo con mio padre. Mi racconta che non è riuscito a trovare un taxi che lo portasse nella parte occidentale di Khan Younis o nella Striscia di Gaza centrale. Mi dice di aver camminato a lungo e che il percorso è stato faticoso, tra macerie e polvere che gli soffocavano i polmoni. Gli ripeto sempre di non spostarsi troppo perché soffre di un'ernia cervicale e, ultimamente, ha anche dolori a un piede. Ho paura che le sue condizioni peggiorino mentre sono lontana da lui e che non possa ricevere alcuna assistenza sanitaria, visto che a Gaza non esiste più un sistema sanitario funzionante.

Mi racconta anche che si alza all'alba per aspettare l'autobotte dell'acqua potabile. Dice che, se non si svegliasse presto, durante la giornata non riuscirebbe a trovare neppure una goccia d'acqua. La fila è lunghissima e il caldo è insopportabile, ma resta in attesa finché non riesce a riempire le sue taniche. Soffre nel dover bere acqua calda durante le giornate torride e desidera poter bere almeno un bicchiere d'acqua fresca per alleviare il caldo. Alla fine conclude dicendo di essere comunque felice di avere acqua potabile, invece di soffrire la sete o essere costretto a bere l'acqua del rubinetto.

Ma la sofferenza non finisce qui. Prima di partire per l'Egitto avevamo un giorno preciso dedicato al riempimento delle cisterne dell'acqua. L'intero quartiere era affollato di sfollati in attesa del proprio turno. Sentivo continuamente urla e litigi per decidere chi dovesse riempire per primo la propria cisterna. Questa situazione non è cambiata neppure dopo la mia partenza, mesi dopo il cessate il fuoco. Mio fratello Mohammed mi racconta che aspetta un'intera giornata per riuscire ad avere un po' d'acqua. La persona incaricata concede soltanto cinque minuti e poi chiude il flusso. Vivono nella paura costante che l'acqua possa finire da un momento all'altro. Mi parla continuamente dei problemi tra gli sfollati, delle urla durante l'attesa e mi dice che si sveglia ogni mattina con quei rumori. La zona è estremamente affollata e le tensioni aumentano di giorno in giorno, insieme alla sofferenza.

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Quando la guerra è iniziata, i figli di mia sorella, Rital e Adam, avevano rispettivamente quattro e tre anni. Stavano appena imparando a parlare, avevano paura del rumore dei razzi, odiavano gli sfollamenti e desideravano soltanto tornare nella loro casa e alla vita di prima. Mille giorni di guerra hanno fatto crescere questi bambini nella paura, nelle privazioni e nell'incertezza del futuro.

Amavano la casa del loro nonno, che è anche casa nostra. Durante la guerra e lo sfollamento, Adam veniva sempre da me per consolarmi, dicendomi che la nostra casa stava bene. Inventava storie per rendermi felice. Mi raccontava che durante la notte, mentre tutti dormivamo, era andato insieme a Spider-Man fino alla casa e aveva visto che era ancora in piedi e non era stata distrutta. Mi aggrappavo alle sue parole, sperando davvero che la casa fosse salva e che un giorno saremmo potuti tornare. Ma con il cessate il fuoco abbiamo scoperto che era stata distrutta e che comunque non avremmo potuto raggiungerla perché si trovava all'interno della zona gialla.

Questi mille giorni hanno fatto crescere anche i figli di mia sorella. Ogni giorno mi inviano messaggi vocali in cui raccontano la loro sofferenza. Mi dicono che non hanno nessun posto dove giocare se non la strada e si lamentano dell'inquinamento e delle infezioni che colpiscono le loro ferite. Mi parlano delle zanzare e delle pulci che impediscono loro di dormire la notte e mi confidano che ogni giorno desiderano una bevanda fredda perché non riescono a sopportare il caldo. Cercano però anche di rincuorarmi raccontandomi di essere riusciti a studiare, di essere andati a scuola e di impiegare il loro tempo in qualcosa di utile, anche se non tutti i giorni, ma soltanto tre volte alla settimana.

Ogni giorno Adam mi telefona e mi chiede di comprargli una macchina grande. È convinto che con quella potremo entrare a Gaza. Aspetta il nostro ritorno e continua a chiedermi quando accadrà. Mi capita persino di camminare per strada e di piangere quando vedo quelle automobili, perché non possiamo permetterci di rendere felice questo bambino. Come Adam, anch'io mi immagino un supereroe, come Spider-Man, capace di fare qualcosa per rendere felici i bambini e salvarli. I figli di mia sorella sognano soltanto dei giocattoli, ma noi non possiamo offrirglieli a causa di questa guerra che dura ormai da mille giorni.

Purtroppo anche l'istruzione non è più la stessa. Le scuole sono state sconvolte, l'insegnamento si è interrotto e gli edifici scolastici sono ormai in rovina. Ciò che resta delle aule è diventato un rifugio per gli sfollati. Migliaia di bambini vi trovano riparo e hanno finito per odiare questa situazione. Hanno sviluppato un trauma profondo nei confronti della scuola, che un tempo era un luogo di vita. Sentono la mancanza della scuola dove studiavano e io sento terribilmente la mancanza dei miei studenti.

Per quattro anni sono andata ogni giorno a scuola, incontrando i miei studenti e trascorrendo con loro lunghe ore tra lezioni, attività, risate, giochi e conversazioni. Sono passati mille giorni e tutto questo non è più accaduto. Ripenso continuamente a quei momenti e piango. Mi mancano le fotografie che scattavo con i miei studenti, il ricordo di quei momenti meravigliosi.

Sono passati mille giorni da quando mi trovavo in classe a spiegare le scienze, da quando gli studenti hanno smesso di raccontarmi la loro vita quotidiana, da quando non hanno più vissuto la gioia della fine dell'anno scolastico né l'hanno festeggiata, da quando non abbiamo più fatto gite scolastiche e non abbiamo più condiviso i nostri progetti per le vacanze estive.

Sono trascorsi mille giorni e mia sorella continua ancora a lottare per trovare del cibo al mercato. Continua a lamentarsi dei prezzi altissimi e del peso economico sempre più gravoso che ricade su di noi. Da mille giorni ripete che ci sono tante cose che i suoi figli desiderano, ma che lei non può permettersi di comprare. Va al mercato due o tre volte al giorno nella speranza di trovare qualcosa da cucinare per i suoi figli e per la mia famiglia. Da quando mia madre è partita, è lei a prendersi cura di mio padre e di mio fratello. Recentemente anche mia sorella minore è riuscita a uscire da Gaza e mi ha raccontato com'è stata la sua vita durante la nostra assenza, quasi non fosse riuscita a parlarmene quando era ancora lì. La sofferenza continua, i dettagli sono sempre gli stessi, prima e dopo il cessate il fuoco. Nulla è cambiato.

Quanto a me, da mille giorni non ho mai smesso di essere in lutto. In questo periodo ho perso le semplici gioie della vita. Ho perso le persone che amavo: i miei colleghi e i miei studenti, che continuo a piangere ogni giorno. Ho perso il mio lavoro, quello a cui ero profondamente legata, quello che mi faceva sentire la persona più felice del mondo quando ogni giorno entravo in classe davanti ai miei studenti. Ho perso la mia casa, il mio rifugio, il sogno realizzato dopo dieci anni di duro lavoro. Avevo risparmiato per costruirla affinché i miei genitori potessero vivere nella tranquillità e nella sicurezza, perché una casa significa stabilità.

Mio padre amava profondamente quella casa e pregava per me con tutto il cuore, perché avevo mantenuto la promessa di costruirgli la casa più bella che desiderava. Non riesco a credere che oggi quella casa sia soltanto un cumulo di macerie. La mia mente si rifiuta di accettarlo, ma il mio cuore ci crede e soffre ogni giorno.

Da mille giorni vedo e ascolto la stessa sofferenza, quella della mia famiglia, dei miei amici e di tutti gli altri. Da mille giorni non ho mai smesso di raccontare e testimoniare ciò che accade a Gaza. Voglio che il mondo ascolti la mia voce. Se potessi gridare per raccontare al mondo ciò che Gaza sopporta ogni giorno, lo farei ogni singolo giorno.

Da mille giorni questa sofferenza sta consumando la mia salute e le mie forze. Sono impotente davanti alla guerra, incapace di sopportare le lacrime dei bambini, le grida delle madri e il dolore dei padri. Penso alla mia famiglia ogni secondo e, a causa di questa sofferenza prolungata, dentro e fuori Gaza, ho sviluppato un'anemia. Non starò bene finché Gaza non starà bene e non vivrà in pace, finché non avrò la certezza che la mia famiglia sia al sicuro e non stia soffrendo. Le lamentele di mio padre per il suo dolore e la sofferenza dei figli di mia sorella feriscono la mia anima ancora più del mio corpo.

Dopo mille giorni di tragedia e di dolore, tutto questo finirà oppure ci ritroveremo a raccontare al mondo altri mille giorni? Riuscirò mai a dormire senza gli incubi di essere sepolta sotto le macerie, di fuggire dai bombardamenti o dal fuoco di un cecchino israeliano? Non riesco nemmeno più a esprimere i miei desideri, perché sognare e sperare sono diventati più dolorosi della realtà per ogni palestinese di Gaza.

Mille giorni sono come mille anni: mille anni sotto il peso delle preoccupazioni che abitano i nostri cuori e si accumulano con il passare del tempo, finché i capelli diventano bianchi non per la vecchiaia, ma per il peso di ciò che abbiamo vissuto e che continuiamo ancora oggi a vivere.

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