Walzer: “Trump rispolvera la retorica della Guerra Fredda perché non ha altri argomenti”
di Anna LombardiMichael Walzer
«Confesso di aver avuto pena delle persone che hanno aspettato a lungo e al caldo il discorso di Trump. E anche per quelle da lui esibite sul palco, che sono certo essere per bene. Perché la celebrazione del 250esimo anniversario degli Stati Uniti è stata ridotta all’ennesimo comizio elettorale, scandito da slogan che possiamo riassumere con Dio, armi e anticomunismo: tutte assurdità, soprattutto l’ultima». Il filosofo Michael Walzer è da oltre mezzo secolo figura di riferimento della sinistra americana. Autore di numerosi saggi, ha raccolto il suo pensiero in quello che definisce il suo «libro-testamento»: “Che cosa significa essere liberal”, il cui titolo originale era però “The Struggle for a Decent Politics”, la lotta per una politica decorosa. Perché, spiega, «una società giusta è aspirazione molto alta, impegniamoci almeno a vivere in una società decorosa». Dall’alto dei suoi 91 anni magnificamente portati, via Zoom si concede una risatina: «Più del discorso, scontato, mi ha col…
«Confesso di aver avuto pena delle persone che hanno aspettato a lungo e al caldo il discorso di Trump. E anche per quelle da lui esibite sul palco, che sono certo essere per bene. Perché la celebrazione del 250esimo anniversario degli Stati Uniti è stata ridotta all’ennesimo comizio elettorale, scandito da slogan che possiamo riassumere con Dio, armi e anticomunismo: tutte assurdità, soprattutto l’ultima». Il filosofo Michael Walzer è da oltre mezzo secolo figura di riferimento della sinistra americana. Autore di numerosi saggi, ha raccolto il suo pensiero in quello che definisce il suo «libro-testamento»: “Che cosa significa essere liberal”, il cui titolo originale era però “The Struggle for a Decent Politics”, la lotta per una politica decorosa. Perché, spiega, «una società giusta è aspirazione molto alta, impegniamoci almeno a vivere in una società decorosa». Dall’alto dei suoi 91 anni magnificamente portati, via Zoom si concede una risatina: «Più del discorso, scontato, mi ha colpito l’estetica pacchiana dell’evento. Un tempo, caratteristica dei repubblicani era l’austerità: e oggi si ritrovano un leader che copre tutto d’oro. E poi, chi ha bisogno di ore di fuochi artificiali? Se ben fatti, 30 minuti bastano. Sono sicuro che tanti, ieri, hanno rimpianto altri tempi e altri presidenti». Poi si fa improvvisamente serio: «Certo, arrivare a parlare di comunisti...».
La preoccupa?
«Si e no. Finora si era limitato a definire le figure più a sinistra del Partito Democratico “radicali folli”. Se ora evoca il maccartismo definendo “comunisti” quei politici che hanno vinto le primarie e invece si definiscono socialisti, è perché cerca di risvegliare paure remote dei conservatori. Glielo sentiremo sicuramente ripetere nel corso della campagna elettorale. Se lo fa, è perché è in caduta libera e non ha evidentemente nessun altro argomento politico forte a cui appigliarsi. Quindi cerca diversivi che spera siano efficaci. Ma anche in un Paese polarizzato fra concezioni del mondo opposte, che possiamo definire progressiste e conservatrici, non credo si possa rispolverare il vecchio armamentario ideologico della Guerra Fredda. Ormai anche la Cina è un’economia capitalista anche se a guida statale. E lo stesso Trump cerca di fare affari con la Russia di Putin. Insomma, vuol creare un nemico interno dove non c’è».
A proposito, in vista del vertice di Ankara, sabato Trump ha parlato un’ora e mezza con Putin. Solo poi ha sentito anche Zelensky.
«In un 4 Luglio importante e simbolico come questo, qualunque presidente americano, democratico o repubblicano, avrebbe parlato col solo Zelensky. Putin è l’antitesi di tutto que che celebra questa festa. Ma d’altronde anche Trump lo è, e la loro lunga telefonata la dice lunga sul leader che vuole essere. Il riavvicinamento a Putin, probabilmente, si rifletterà anche sul summit di Ankara: ora che ha firmato la tregua con l’Iran non ha più bisogno di ascoltare gli alleati e può tornare a bullizzarli, difendendo l’amico russo, che ritiene uno dei pochi leader pari a lui».
Nel discorso è anche tornato a descrivere l’America come vincente.
«Ridicolo. Sono decenni che perdiamo una guerra dietro l’altra: il Vietnam, l’Afghanistan, ora l’Iran che, a mio giudizio, ci sta facendo il verso, organizzando i funerali di Khamenei proprio in concomitanza con le celebrazioni di Trump del 4 Luglio. Certo, l’America è forte grazie alla potenza delle armi, ma le scelte militari sono spesso prese da idioti. Trump sa benissimo di aver perso la guerra con l’Iran e temo che per farlo dimenticare, ora, cercherà di prendersi Cuba e la Groenlandia. Senza capire che non è così che si fa grande l’America».
Cos’è allora che la rende grande?
«Quell’immigrazione che lui combatte. Ci ha resi forti in settori come tecnologia e finanza perché portatrice di nuove idee. Trump non capisce che sta cercando di abolire un tratto distintivo e cruciale della Storia americana».
Ha alluso scherzosamente anche a un terzo mandato...
«Non credo che si ricandiderà. Mi sembra orientato a organizzare la sua successione, con Vance o Rubio come possibili candidati. Ma temo che cercherà di influenzare le elezioni di Midterm. Farà il possibile per impedire elezioni libere e giuste a novembre, anche se per ora ha avuto solo relativo successo. La Corte Suprema gli permetterà di ridisegnare i collegi elettorali, ma non ha escluso il voto per corrispondenza e il conteggio tardivo delle schede. Lui nel discorso ha chiesto al Congresso di approvare pure il Save America Act, che chiede prova di cittadinanza alle urne. Ma non credo che riuscirà a ottenere nemmeno quello. Forse sono ottimista, ma vedo esasperazione verso il trumpismo anche fra i suoi al Congresso. Penso che Donald perderà la Camera anche se potrebbe tenere il Senato. Ma comunque vada, credo che i prossimi due anni saranno i peggiori delle sue due presidenze. Perché incasserà sempre più rifiuti ad assecondarlo, anche dai suoi».