La vendetta di Putin sulle pompe di benzina: 200 stazioni di servizio ucraine distrutte dai russi
di Gianluca Di FeoI bersagli prioritari dei droni di Putin non sono le industrie belliche o le basi missilistiche ucraine: oggi vanno a caccia delle pompe di benzina. Dall’inizio di aprile sono state distrutte duecento stazioni di servizio e nell’ultima settimana il numero degli attacchi è aumentato, con un intento più propagandistico che militare. Si tratta della rappresaglia ordinata dal Cremlino per rispondere ai bombardamenti contro le raffinerie, che rendono irreperibile il carburante in molti distretti del territorio russo.
L’Operazione Vendetta si accanisce sulle regioni ucraine più vicine al fronte. L’epicentro viene registrato a Sumy, Kharkiv, Donetsk, Dnipropetrovsk, Zaporizhzhya e Mykolaiv. A Poltava, ad esempio, ne sono state incenerite quattro in tre giorni. Ma dallo scorso weekend hanno iniziato a prendere di mira pure i benzinai nei sobborghi della capitale. Non guardano ai marchi: colpiscono sia q…
I bersagli prioritari dei droni di Putin non sono le industrie belliche o le basi missilistiche ucraine: oggi vanno a caccia delle pompe di benzina. Dall’inizio di aprile sono state distrutte duecento stazioni di servizio e nell’ultima settimana il numero degli attacchi è aumentato, con un intento più propagandistico che militare. Si tratta della rappresaglia ordinata dal Cremlino per rispondere ai bombardamenti contro le raffinerie, che rendono irreperibile il carburante in molti distretti del territorio russo.
L’Operazione Vendetta si accanisce sulle regioni ucraine più vicine al fronte. L’epicentro viene registrato a Sumy, Kharkiv, Donetsk, Dnipropetrovsk, Zaporizhzhya e Mykolaiv. A Poltava, ad esempio, ne sono state incenerite quattro in tre giorni. Ma dallo scorso weekend hanno iniziato a prendere di mira pure i benzinai nei sobborghi della capitale. Non guardano ai marchi: colpiscono sia quelle della compagnia statale Ukranafta, sia quelle degli operatori privati come Wog. Sono attacchi particolarmente pericolosi, perché si rischia l’esplosione dei serbatoi sotterranei: ogni punto di rifornimento è una potenziale bomba, che minaccia le abitazioni o le fabbriche circostanti.
La propaganda del Cremlino
L’intento propagandistico di questa campagna è testimoniato dalla quantità di video degli assalti ripresi dalle telecamere sul muso dei droni Geran che vengono diffusi sui canali Telegram più legati al Cremlino. È il tentativo di mostrare alla popolazione russa un contrappasso: pure i cittadini ucraini stanno soffrendo per la carenza di diesel e benzina.
Finora però i problemi in Ucraina sono stati limitati. Tutte le regioni bersagliate sono in prima linea dalla primavera del 2022; in alcuni casi sono state occupate dagli invasori e poi liberate nelle controffensive di Kiev. Questo significa che i gestori e le compagnie si sono abituati a sopravvivere in condizioni estreme, organizzandosi per le consegne e le riserve. La compagnia energetica Wog parla di “mercato diversificato che si è adattato alla realtà bellica”. E anche in questo caso, molti sottolineano la differenza di approccio con i russi: “Loro sono rimasti sovietici - è la spiegazione ripetuta più spesso -. Se le cose non funzionano, si lamentano con le autorità ma non fanno niente. Noi siamo europei: se c’è un problema, ci rimbocchiamo le maniche e lo risolviamo senza aspettare che intervengano dall’alto”.
Ad esempio a Trostjanec, nella regione di Sumy, tutti gli impianti sono stati carbonizzati. E allora sono entrate in azione le “pompe mobili”: piccoli camion cisterna degli operatori privati dove le ventimila persone della città vanno a fare il pieno, ovviamente sempre in luoghi diversi per impedire ai ricognitori di Mosca di localizzare il bersaglio. Le leggi ucraine vietano la vendita diretta dalle autocisterne ma per Trostjanec è stata fatta un’eccezione, che potrebbe essere estesa all’intera regione di Sumy.
A rischio lavoratori e camionisti
L’incremento degli attacchi sta infatti creando pericoli maggiori per chi lavora nel settore. Sia il personale delle stazioni di servizio, che gli autisti dei camion che le riforniscono sono nel mirino delle bombe volanti. Per questo adesso gli impianti vengono oscurati al tramonto: si spengono le insegne luminose che facilitano la navigazione dei droni. Gli orari di apertura stanno venendo ridotti e durante gli allarmi aerei - frequentissimi - c’è l’obbligo di interrompere l’attività e allontanarsi.
Per i piccoli proprietari delle pompe l’arrivo dei droni può rappresentare la rovina: non ci sono risarcimenti pubblici per compensare i bombardamenti. Lo stesso dramma riguarda le aziende medie del settore: sedici stazioni della rete Marshall su settanta sono state attaccate. Il costo di un impianto supera il milione di dollari, oltre alla difficoltà di reperire i materiali per ricostruirlo in un Paese in guerra. E anche un danno minore può provocare mesi di chiusura. Nonostante questo, il governo ucraino ostenta sicurezza e mostra di non temere il “tiro ai benzinai”: finora non sono state documentate code ai distributori.
La situazione in Russia
Molto diversa la situazione nei territori di Mosca. Due giorni fa il vertice delle forze armate ucraine ha dichiarato di avere smantellato il 42 per cento della capacità russa di raffinazione del greggio. In un mese sono state incendiate otto raffinerie e sessanta serbatoi colossali: dall’agosto 2025 l’industria petrolifera di Putin avrebbe perso 13 miliardi e mezzo di dollari. Dati gonfiati? Solo un po’. Osservatori economici neutrali ritengono che il 30 per cento della produzione di carburante sia stato bloccato dai raid ucraini. Ma i droni di Kiev tornano a ghermire le infrastrutture ogni volta che vengono riparate e la carenza di benzina si avverte in vaste zone del Paese. In prossimità del fronte, in tutta la Crimea e in altri distretti sul Mar Nero l’erogazione ai cittadini è stata praticamente sospesa; in altre aree si sta progressivamente introducendo il razionamento.