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L’avvertimento di Mosca: pronto un nuovo attacco nel nord-est dell’Ucraina

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Peskov minaccia di “allargare la fascia di sicurezza” contro i droni. L’offensiva potrebbe partire dalla Bielorussia e puntare su Chernihiv
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Più il regime di Kiev colpirà le nostre infrastrutture, più dovremo ampliare la nostra zona di sicurezza». L’ultima minaccia del Cremlino è affidata al portavoce Peskov, che sembra anticipare una nuova offensiva terrestre in Ucraina. Davanti ai danni crescenti provocati dai raid dei droni sulle infrastrutture petrolifere, Putin invece che scegliere la via negoziale potrebbe allargare il fronte terrestre. E basta osservare le zone da cui partono le incursioni che rendono introvabile il combustile in Russia per comprendere quale potrebbe essere il prossimo bersaglio: la regione a nordest di Chernihiv, la più prossima al confine ma vicina pure alla capitale.

I timori su un grande attacco terrestre circolano da tempo nel comando di Kiev. Il generale Syrsky reputa che i russi abbiano accumulato riserve di uomini e mezzi, che sanno spostare in fretta grazie alle ferrovie interne. La sua preoccupazione è che possano tornare a colpire dal territorio bielorusso, come nella primavera 2022:…

Più il regime di Kiev colpirà le nostre infrastrutture, più dovremo ampliare la nostra zona di sicurezza». L’ultima minaccia del Cremlino è affidata al portavoce Peskov, che sembra anticipare una nuova offensiva terrestre in Ucraina. Davanti ai danni crescenti provocati dai raid dei droni sulle infrastrutture petrolifere, Putin invece che scegliere la via negoziale potrebbe allargare il fronte terrestre. E basta osservare le zone da cui partono le incursioni che rendono introvabile il combustile in Russia per comprendere quale potrebbe essere il prossimo bersaglio: la regione a nordest di Chernihiv, la più prossima al confine ma vicina pure alla capitale.

I timori su un grande attacco terrestre circolano da tempo nel comando di Kiev. Il generale Syrsky reputa che i russi abbiano accumulato riserve di uomini e mezzi, che sanno spostare in fretta grazie alle ferrovie interne. La sua preoccupazione è che possano tornare a colpire dal territorio bielorusso, come nella primavera 2022: una manovra da Homel verso Chernihiv, accerchiando il trampolino di lancio dei droni che dirigono su Mosca. Sulla frontiera russa esistono linee fortificate e campi minati mentre gli sbarramenti su quella con Minsk sono meno robusti. Su entrambe le difese, però, c’è carenza di fanti. L’operazione avrebbe la finalità non secondaria di obbligare gli ucraini a gettare nella mischia altri soldati e sguarnire le roccaforti del Donetsk. La strategia del Cremlino resta quella del logoramento: esaurire le risorse umane ucraine, molto inferiori a quelle russe, per costringerlo a cedere.

Dietro queste valutazioni militari ci sono gli interrogativi sulla reazione di Putin, messo alle corde dalle incursioni dei bombardieri teleguidati che si spingono fino alla Siberia: ogni notte va in fiamme una raffineria o un deposito di combustibile. Questa campagna è stata pubblicamente lodata da Donald Trump nel vertice Nato di Ankara e – come ha rivelato il New York Times – viene operativamente sostenuta dall’intelligence Usa. È una pressione per obbligare Mosca a trattare, rinunciando alle pretese sull’intero Donbass ma contando sulla riapertura del business con gli Usa. Accetterà l’offerta o risponderà con una prova di forza? La storia personale dello Zar porta molti analisti a escludere che sia disposto a intavolare negoziati da una posizione di debolezza. Come il ratto chiuso nell’angolo tra le macerie di Leningrado – descritto nelle memorie d’infanzia – potrebbe reagire con una violenza sorprendente.

«Il presidente ha chiaramente confermato che continueremo a raggiungere gli obiettivi fissati», ha dichiarato giovedì il ministro degli Esteri Lavrov: «L’Occidente fa finta di volere trattare. La nostra riserva di buona volontà e di speranza si è completamente esaurita». E Peskov ha aggiunto: «Al momento Kiev non desidera colloqui e quindi proseguiremo l’operazione militare». Non si può escludere che siano scaramucce retoriche per salvare la faccia, ma c’è il rischio che rappresentino un proclama di guerra totale.

La propaganda di Mosca non nasconde più i raid dei droni, né il razionamento della benzina: la Tass racconta le lunghe code alle stazioni di servizio «dove i volontari consegnano cibo agli automobilisti in fila» e gli allarmi della popolazione per i sorvoli delle bombe volanti. Lo fa per incentivare i sentimenti anti-ucraini e anti-occidentali, indispensabili per giustificare un’escalation. I falchi – come ha fatto Sergey Karaganov ieri su Repubblica – chiedono di «punire gli aggressori europei prima con armi convenzionali e poi con armi nucleari». Sono appelli che cadono in una società russa sempre più divisa, in cui la credibilità del leader subisce colpi senza precedenti che vengono letti come il declino di un sistema di potere. L’economia bellica produce missili e munizioni in quantità, inghiottendo masse di lavoratori e prosciugando il bilancio statale. Ma proprio questa situazione potrebbe rendere più drastica la risposta di Putin e scatenare un’estate di fuoco sull’Ucraina.

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