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Il dopo Khamenei, cosa succede ora in Iran e che fine hanno fatto le opposizioni

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Dopo le rivolte di gennaio e le violente repressioni, la folla che ha accompagnato i funerali dell’ex Guida Suprema racconta un Paese dove il crollo del regime sembra sempre più lontano
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Le masse che sono accorse a dare l’ultimo saluto ad Ali Khamenei fanno pensare alla distanza che ci separa dalle rivolte di gennaio e alla sanguinosa repressione. L’aspettativa che una rivolta di massa contribuisse in modo decisivo al crollo del regime di Teheran è ovviamente tramontata da mesi. Strano, però, che nessuno, né a Washington, né a Gerusalemme, ma neanche nei media di mezzo mondo, si chieda che ne è stato di quella opposizione interna, in cui tante speranze sembravano essere riposte.

Si è parlato molto dei Curdi, i quali però hanno sempre dichiarato chiaramente agli Americani di non essere interessati a lanciare un’offensiva in Iran finché gli Americani non avessero offerto garanzie di un sostegno a lungo termine e di un’autonomia territoriale al Kurdistan iraniano. I Curdi intendevano comunque aspettare che il regime mostrasse chiari segni di logoramento, prima di mettere a repentaglio le proprie modeste forze. I simpatizzanti in Iran raccontavano ai leader basati in Iraq…

Le masse che sono accorse a dare l’ultimo saluto ad Ali Khamenei fanno pensare alla distanza che ci separa dalle rivolte di gennaio e alla sanguinosa repressione. L’aspettativa che una rivolta di massa contribuisse in modo decisivo al crollo del regime di Teheran è ovviamente tramontata da mesi. Strano, però, che nessuno, né a Washington, né a Gerusalemme, ma neanche nei media di mezzo mondo, si chieda che ne è stato di quella opposizione interna, in cui tante speranze sembravano essere riposte.

Si è parlato molto dei Curdi, i quali però hanno sempre dichiarato chiaramente agli Americani di non essere interessati a lanciare un’offensiva in Iran finché gli Americani non avessero offerto garanzie di un sostegno a lungo termine e di un’autonomia territoriale al Kurdistan iraniano. I Curdi intendevano comunque aspettare che il regime mostrasse chiari segni di logoramento, prima di mettere a repentaglio le proprie modeste forze. I simpatizzanti in Iran raccontavano ai leader basati in Iraq che a loro il regime non appariva affatto sul punto di crollare e che non se la sentivano di sfidarlo apertamente. I tentativi dei leader curdi di convincere le milizie curde pro-regime a disertare hanno dato risultati simili: nessun capo miliziano ha preso l’idea in seria considerazione.

Si è parlato anche molto dei monarchici, i sostenitori del figlio in esilio dell’ex re, Reza Pahlavi, molto attivi nelle dimostrazioni e nelle rivolte di gennaio. Da marzo in poi, però, sono quasi scomparsi dalle cronache, eccetto per qualche riferimento ai proclami di Reza dall’esilio. I monarchici che siamo riusciti a contattare raccontano dell’esistenza di molti piccoli gruppi monarchici diversi, ciascuno con i suoi leader, e con programmi, strutture e direttive divergenti, che dal 2025 (se non prima) hanno cercato di organizzare reti di sostenitori in Iran, grazie a centinaia di connessioni Starlink e Thuraya, pagate per lo più da finanziatori esterni. Prima del blocco di internet, decretato dal regime l’8 gennaio e poi rinnovato il 28 febbraio, i contatti si tenevano anche su WhatsApp e Telegram.

Laddove tutti i Monarchici riconoscono Reza Pahlavi e sua madre Farah come i loro leader, ci sono decine di gruppi monarchici divisi tra loro da rivalità ideologiche e personali. Alcuni gruppi sono di orientamento liberale, come l’Unione Nazionale per la Democrazia di Said Ganji o il Partito Liberal Democratico di Fauad Pashai. Altri sono a favore di un ritorno alla monarchia assoluta o sostengono posizioni di estrema destra.

Uno degli attivisti monarchici ammette che alcuni gruppi monarchici avevano legami diretti col Mossad, o con l’intelligence americana, ma di nuovo in modo frammentato, ciascun gruppo per conto suo. Le proteste di gennaio sono degenerate in molti casi in moti violenti, perché questi gruppi ricevevano dall’estero direttive volte a creare il caos.

I leader dei vari gruppi monarchici hanno cercato di coordinare tra loro e le dimostrazioni di gennaio sono state in gran parte il risultato di questi sforzi di coordinamento. Sebbene i Monarchici abbiano dato la spinta iniziale alle proteste di gennaio, i sostenitori di altri gruppi si sono poi uniti, inclusi i sostenitori dei Mujahidin-e Khalq e i sostenitori di una repubblica laica, e i membri delle minoranze etniche, soprattutto i Curdi. Tra i vari gruppi d’opposizione ci sono contatti a livello personale, persino tra nemici un tempo acerrimi, come per esempio tra i monarchici moderati e i comunisti del Tudeh, i marxisti-leninisti dei fedayan, gli islamo- marxisti dei Mujahidin-e Khalq, gli attivisti studenteschi, eccetera, ma a livello di leadership permane il gelo. I Mujahidin-e Khalq per lo più intrattengono contatti con i gruppi curdi.

La repressione, però, ha disgregato questa fragile rete di reti monarchiche, diversi coordinatori sono stati uccisi o arrestati, ed altri si nascondono per timore di essere presi. Oggi non c’è più una rete di coordinazione funzionante. Ormai, il grosso delle attività, così per i monarchici come per gli altri gruppi, si svolgono tra i militanti che si sono rifugiati in Turchia, ed anche qui solo clandestinamente, dato che le autorità di Ankara non permettono loro alcuna attività pubblica. I militanti dicono che le Guardie della Rivoluzione hanno infiltrato i circoli dell’opposizione persino in Turchia e che in passato ci sono state uccisioni e rapimenti di militanti dell’opposizione.

Quel che è peggio per l’opposizione è il fatto che, come ammettono i militanti stessi, sia monarchici che di altri gruppi, il bombardamento di monumenti storici, di ospedali, e di infrastrutture da parte di Israeliani ed Americani ha antagonizzato il sentimento nazionale iraniano, specie tra la popolazione di lingua farsi (circa il 60% della popolazione), tra cui si trovano il grosso dei sostenitori di Pahlavi. L’appiattimento di Pahlavi e di molti suoi sostenitori all’estero sulle posizioni di Israele ed America ha spinto molti simpatizzanti a schierarsi col regime, almeno per ora. Forse un terzo della massa dei dimostranti, dice un attivista monarchico in Turchia. I negoziati tra Washington e Teheran hanno poi avuto un massiccio impatto demoralizzante sui militanti. Al momento, dice uno di questi militanti basati in Turchia, la prospettiva di orchestrare nuove dimostrazioni di massa è completamente irrealistica. Dice un militante dei Mujahidin-e Khalq che “questo sta causando un sacco di problemi a tutti i gruppi d’opposizione, abbiamo fatto un sacco di promesse, abbiamo detto che i sogni stavano per diventare realtá”. Anche gli attivisti stessi sono furiosi con i loro capi, “non so se riusciremo a mobilitarli di nuovo”. Gli attivisti ora non possono fare altro che sperare che la terribile situazione economica in Iran crei nel futuro nuovamente spazio per l’opposizione.

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