LONDRA – Lo slogan con cui si presenta Andy Burnham è lapidario: «Saremo autenticamente, orgogliosamente, inconfondibilmente laburisti». Ma nei suoi 126 anni di storia, il Labour Party britannico ha incarnato diverse anime, pur sempre dichiarando l’adesione a ideali progressisti. Dal 1900 a oggi, ha governato dodici volte e prodotto solo sette primi ministri: è rimasto più spesso all’opposizione che al potere. L’obiettivo del “re del Nord” è mantenercelo, quando nel 2029 il Paese tornerà alle urne, se non più presto in caso di elezioni anticipate. In che modo? Con le sue prime parole, il nuovo leader prende le distanze da predecessori più moderati. E ricordando di essere entrato in politica grazie a Neil Kinnock, padre nobile del primo riformismo laburista, seduto in platea ad ascoltarlo, indica una possibile identità: più a sinistra di Blair, meno radicale di Corbyn.
LONDRA – Lo slogan con cui si presenta Andy Burnham è lapidario: «Saremo autenticamente, orgogliosamente, inconfondibilmente laburisti». Ma nei suoi 126 anni di storia, il Labour Party britannico ha incarnato diverse anime, pur sempre dichiarando l’adesione a ideali progressisti. Dal 1900 a oggi, ha governato dodici volte e prodotto solo sette primi ministri: è rimasto più spesso all’opposizione che al potere. L’obiettivo del “re del Nord” è mantenercelo, quando nel 2029 il Paese tornerà alle urne, se non più presto in caso di elezioni anticipate. In che modo? Con le sue prime parole, il nuovo leader prende le distanze da predecessori più moderati. E ricordando di essere entrato in politica grazie a Neil Kinnock, padre nobile del primo riformismo laburista, seduto in platea ad ascoltarlo, indica una possibile identità: più a sinistra di Blair, meno radicale di Corbyn.
Un ritorno al futuro, però senza esagerare? Blairismo e corbynismo hanno influenzato il dibattito e le scelte della socialdemocrazia europea negli ultimi trent’anni, spingendola prima in una direzione, poi nell’altra: ora la sinistra d’Europa guarda a Burnham, nuovo leader di uno dei partiti storici del continente, per capire come fermare populismi e nazionalismi del ventunesimo secolo. Non così differenti, in fondo, da quelli del ventesimo.
Welfare e pubbliche imprese
I precedenti su cui il premier in pectore affonda le sue radici partono da Clement Attle, che nel 1945 batte il premier conservatore Winston Churchill: nonostante la vittoria sul nazismo, la Gran Bretagna è alla fame. Attlee promette un’economia mista, più welfare, decolonizzazione, ma appoggia anche la creazione della Nato e il Piano Marshall. Non riesce a migliorare le condizioni sociali e alle elezioni del 1951 torna al potere Churchill.
La modernizzazione
Primo laburista eletto due volte primo ministro, nel 1966 e di nuovo nel 1974 (dopo avere perso le elezioni del 1970), Harold Wilson raporesenta una prima svolta: modernizza il partito, amplia i diritti decriminalizzando l’omosessualità e abolendo la pena di morte, con un referendum conferma l’ingresso del Regno Unito nella Comunità Europea. Pipa in mano e giacche di tweed, trasmette familiarità e simpatia, ma si dimette per problemi di salute dando l’impressione di un lavoro compiuto a metà.
La svolta riformista
Ripetutamente travolto alle urne da Margaret Thatcher, in particolare nel 1983 sotto la leadership del socialista irriducibile Michael Foot, guidato da Kinnock il Labour comincia a imboccare il riformismo: Burnham ha elogiato l’ex leader, presente venerdì al suo primo discorso da capo del partito, descrivendolo come il suo mentore. Anche Kinnock viene sconfitto dai Tories, ma di poco: con lui cambia il vento.
L’arrivo del blairismo
Giovane allievo di Kinnock, grande comunicatore e alfiere della Terza Via, la teoria di una sinistra riformista per la società post-industriale di fine Novecento formulata dal sociologo Anthony Giddens, nel 1997 Tony Blair trionfa contro John Major, il successore della Thatcher, dopo 17 anni di governi conservatori. È il primo e unico laburista a vincere tre elezioni consecutive, restando dieci anni al potere e influenzando i partiti di sinistra in tutta Europa, molti dei quali, dalla Germania all’Italia, vanno al governo con una formula analoga. Blair ribattezza il Labour “New Labour”, distanziandosi sempre più dal socialismo vecchia maniera. Negozia la pace in Irlanda del Nord, abolisce i seggi ereditari alla camera dei Lord, favorisce una lunga stagione di boom economico, la Cool Britannia, ma perde consensi a causa della guerra in Iraq al fianco dell’America di Bush figlio ed è costretto a dimettersi dal rivale interno Gordon Brown. Un vecchio vizio: I litigi intestini.
La sinistra corbynista
Messo sotto accusa il blairismo, il Labour si affida prima a Brown, che è più di sinistra di Blair (e cancella il “New” tornando a chiamare il partito soltanto Labour); poi a Ed Miliband, che è più di sinistra di Brown; infine a Jeremy Corbyn, che è più di sinistra di Miliband. Ma i tre i leader della sinistra laburista perdono le elezioni uno dopo l’altro. La sconfitta di Corbyn, battuto da Boris Johnson nel 2019, è la più pesante per il Labour in novant’anni. Come il blairismo, anche il corbynismo raccoglie numerosi seguaci in Europa: ridà orgoglio alle opposizioni, ma non porta a governare.
Il tecnocrate senza carisma
Finché, dopo 14 anni all’opposizione, nel 2024 Keir Starmer riporta il Labour a Downing Street con un’ampia maggioranza grazie a una nuova svolta al centro, seppure non esplicitamente neoliberista e pro-mercato come quella blairiana. A differenza di Blair, Starmer è un tecnocrate senza carisma, governa un Paese in declino economico post-Brexit e fa scelte che gli alienano i ceti deboli. La sua maggioranza, oltretutto, è più colpa degli scandali e dei disastri dei conservatori che merito del Labour: la percentuale di consensi con cui Starmer stravince, 33 per cento, è infatti quasi identica a quella, 32 per cento, dell’umiliante sconfitta di Corbyn cinque anni prima.
Per questo Burnham pensa sia ora di dire qualcosa di sinistra. E magari, nonostante economie anemiche, di farne pure qualcuna, per dare almeno un segnale che è tornata la speranza di un cambiamento.