Divieto dei social in Francia, l’esperto: “Servono verifiche dell’età rigorose o è una farsa”
di Pier Luigi Pisa«Dobbiamo sperare che funzioni». Così Ernesto Belisario, avvocato ed esperto di diritto delle nuove tecnologie, commenta la decisione della Francia di vietare l’accesso ai social ai minori di 15 anni. Lo scetticismo, osserva, resta inevitabile: «I primi dati che arrivano dall’Australia mostrano che, nonostante la chiusura di milioni di account, una quota molto alta di under 16 — superiore al 50% — continua a utilizzare le piattaforme vietate».
Cosa ci dice questo?
«Che se gli strumenti di verifica dell’età non sono rigorosi e le piattaforme non collaborano seriamente, il divieto si tramuta in una farsa, tra account aperti dai genitori e profili venduti al mercato nero».
La legge francese appare diversa.
«Sì e per questo mi piace molto: vieta dire…
«Dobbiamo sperare che funzioni». Così Ernesto Belisario, avvocato ed esperto di diritto delle nuove tecnologie, commenta la decisione della Francia di vietare l’accesso ai social ai minori di 15 anni. Lo scetticismo, osserva, resta inevitabile: «I primi dati che arrivano dall’Australia mostrano che, nonostante la chiusura di milioni di account, una quota molto alta di under 16 — superiore al 50% — continua a utilizzare le piattaforme vietate».
Cosa ci dice questo?
«Che se gli strumenti di verifica dell’età non sono rigorosi e le piattaforme non collaborano seriamente, il divieto si tramuta in una farsa, tra account aperti dai genitori e profili venduti al mercato nero».
La legge francese appare diversa.
«Sì e per questo mi piace molto: vieta direttamente l’accesso ai social ai minori e, contestualmente, impone alle piattaforme i sistemi di verifica dell’età. In Australia la responsabilità ricade unicamente sulle piattaforme, mentre in Francia si agisce anche sui genitori».
Perché lo ritiene un passaggio fondamentale?
«Oggi il genitore che cerca di far rispettare le regole a un 14enne si scontra con l’argomentazione classica “ma gli altri lo fanno”. Creare una regola sociale che vieti la presenza degli infrasedicenni fornisce ai genitori un’arma legale ed educativa, un po’ come il divieto di prendere la patente prima dei 18 anni. Così si copre tutta la filiera. Però, anche le piattaforme dovranno operare in modo diverso rispetto a quanto fatto finora».
Riguardo alla verifica dell’età?
«Certo, ma non solo. Oggi tutti gli strumenti a tutela dei minori sono per lo più dei correttivi applicati a piattaforme progettate per creare dipendenza, o “engagement” come lo chiamano loro».
In Italia abbiamo già vietato i cellulari a scuola e si pensa di introdurre norme più stringenti per l’utilizzo dei social da parte dei più giovani, con proposte di legge bipartisan. Stiamo ledendo i diritti digitali dei ragazzi?
«Assolutamente no. Anzi, li stiamo proteggendo. Stiamo prendendo atto, forse troppo tardi, degli effetti che certe piattaforme possono avere sul benessere psicofisico degli adolescenti. Sicuramente andava fatto prima, come dimostrano le class action negli Usa, dove i singoli Stati hanno intrapreso azioni legali miliardarie contro colossi che valgono quanto la capitalizzazione di Meta».
L’Unione europea sta lavorando a un proprio strumento per stabilire l’età di chi accede ai social, che però non ha ancora visto la luce. Esiste il rischio che la necessità di dimostrare la propria età sul web conduca a un controllo più invasivo di tutti gli utenti?
«Sì, esiste. Ma dobbiamo affrontarlo e governarlo. La parola chiave in tutto questo è proporzionalità. Se si tratta di misure proporzionate che non comportano una raccolta massiva di dati, e se queste informazioni vengono cancellate immediatamente dopo aver verificato l’età, senza profilare l’utente, sono accettabili».