Rogoff: “Guerra insensata e senza via d’uscita, la crisi sarà ancora lunga”
di Eugenio Occorsio«Siamo a un punto di svolta. È il momento di chiedersi cosa pensino davvero gli americani, e sono sicuro che dopo gli sviluppi di questi giorni il loro umore è pessimo. È una guerra che sta diventando sempre più atroce, della quale non si è ancora compreso il motivo, di cui è difficilissimo prevedere una conclusione. C’è solo una certezza: gli effetti negativi dureranno molto, molto a lungo». Kenneth Rogoff, classe 1953, cerca di unire i punti da esperto scacchista: a 16 anni abbandonò gli studi, vinse tornei di livello mondiale in tutto il mondo, fu insignito del titolo di “Gran maestro” dalla United States Chess Federation. Poi ha ripreso gli studi in economia, ha conseguito il PhD al Mit, è stato capo economista del Fondo Monetario, oggi insegna ad Harvard ed è uno dei più prestigiosi economisti del mondo.
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«Siamo a un punto di svolta. È il momento di chiedersi cosa pensino davvero gli americani, e sono sicuro che dopo gli sviluppi di questi giorni il loro umore è pessimo. È una guerra che sta diventando sempre più atroce, della quale non si è ancora compreso il motivo, di cui è difficilissimo prevedere una conclusione. C’è solo una certezza: gli effetti negativi dureranno molto, molto a lungo». Kenneth Rogoff, classe 1953, cerca di unire i punti da esperto scacchista: a 16 anni abbandonò gli studi, vinse tornei di livello mondiale in tutto il mondo, fu insignito del titolo di “Gran maestro” dalla United States Chess Federation. Poi ha ripreso gli studi in economia, ha conseguito il PhD al Mit, è stato capo economista del Fondo Monetario, oggi insegna ad Harvard ed è uno dei più prestigiosi economisti del mondo.
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Tutta questa esperienza cosa la porta a concludere?
«Che è una guerra immotivata e devastante non solo per le persone e i paesi coinvolti, ma per l’economia e la psicologia collettiva. Prendiamo le monarchie del Golfo colpite in ritorsione dall’Iran: credevano di essere sotto l’ombrello americano, che ne è di tale protezione? Il problema è che non hanno altra scelta che ricominciare a tessere, con scarsi entusiasmo e fiducia, i rapporti con gli Usa: come ha fatto l’altro giorno Riad con l’accordo nucleare, per avere però in cambio entro poche ore il bombardamento di due petroliere appena caricate a Yanbu, il porto sul Mar Rosso che usano per evitare Hormuz. Dirette verso sud sono state intercettate dagli Houthi: il rientro in scena di questa milizia rappresenta una gravissima escalation e dimostra che l’Iran ha una carta in più da giocare».
Da cosa Trump potrebbe essere indotto ad ammorbidire le sue posizioni?
«Trump sente, correttamente, di dover fare qualcosa per cambiare la sceneggiatura, serve una svolta insomma se non vuole perdere a valanga le midterm, ma è pessimamente consigliato. C’è il pericolo concreto che la guerra in Iran resterà come un profondissimo buco nero nella sua presidenza. Ma detesta essere considerato un perdente, gli fa perdere il senso della ragione: guardate cosa ha fatto per rifiutare la sconfitta nelle elezioni presidenziali del 2020».
E Teheran?
«L’Iran detesta anch’esso ammettere una sconfitta, anzi si sente in questo momento come il vincitore sul lungo termine contro un nemico inteso come molto più forte eppure con molta meno tolleranza per la sofferenza. È questo che lo mette in una posizione di forza. Una normale tregua fra due belligeranti probabilmente vedrebbe sì entrambe le parti dire al proprio popolo che ha vinto, senonché la leadership iraniana detesta così profondamente Trump che non sopporta neanche che egli sia messo nella condizione di dire questo agli americani. Ecco perché sono pessimista».
Il petrolio è tornato a quota 100 dopo due mesi. Cosa significa?
«Significa intanto che i Paesi del Medio Oriente sono i primi a chiedere a Trump di finire la guerra per non finire fuori mercato. La crisi è davvero grave e seria, malgrado chi dice che di petrolio è pieno il mondo, dal Brasile agli Usa, che i danni alle infrastrutture saranno rapidamente riparati, che le fonti rinnovabili crescono, i consumi diminuiscono e la tecnologia permette risparmi. Il cuore del mondo energetico è sempre lì, nel Medio Oriente. Ci sono Paesi in Asia meridionale come l’India e le Filippine che non hanno significative riserve di petrolio e ora rischiano carenze di prodotti alimentari per la questione dei fertilizzanti».
I mercati sembravano i più resilienti. Cominciano a tremare anch’essi?
«La risposta di ieri, a partire dai titoli di Stato per chiudere con le Borse quasi tutte in negativo, indica che di isole felici non esistono più. Perfino le favolose Big Tech dell’Ia conoscono sempre più rovesci negativi: sarà, in quel caso, l’eccesso di investimenti speculativi ma in un quadro differente probabilmente le cose sarebbero diverse. L’effetto diretto è l’inflazione che già oggi viaggia sul 3,5% in America e raggiungerà sicuramente il 4%. I mercati diventano ogni giorno più nervosi. Non è vero che sono protetti o isolati. Solo la Cina può essere a suo modo soddisfatta perché gli Usa si sono alienati un sacco di ex-amici».
Si riferisce anche al recente ritorno dei dazi?
«Certo, rientra nel quadro. Grottesco è stato il primo colpo della nuova battaglia di Trump: i dazi del 50% al Canada per la fuliggine che arriva da nord con gli incendi. Siamo alla follia».