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Abdul, il fanatico jihadista condannato per terrorismo: “Doveva deradicalizzarsi”

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Nato nel cuore queer di Berlino da una famiglia legata al crimine, era stato fermato mentre andava a combattere in Siria
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BERLINO – Abdul Ballout era nato nel cuore queer di Berlino, nella Schoeneberg di Marlene Dietrich e delle epiche battaglie lgbtq+, era cresciuto tra le strade delle feste drag e del Pride che qui dura un mese intero, e probabilmente aveva incrociato quotidianamente la piazza che dal 2013 si è tinta ufficialmente di arcobaleno, Nollendorfplatz. Tanto che domenica sera il tragitto dalla casa in affitto dove viveva con la madre e i fratelli fino all’angolo maledetto in cui ha sfogato tutto il suo odio scagliandosi a folle velocità contro la folla del Pride è stato brevissimo, appena qualche centinaio di metri. Un bersaglio ovvio per un ventunenne dalla fedina penale già lunga, per un ragazzo tormentato e fanatico che aveva tirato il primo pugno nel cortile di scuola, a quattordici anni. E che da allora non aveva fatto che radicalizzarsi in una spirale di odio e di violenza che albergava nascosta nel suo petto, come le due anime di un infernale Faust.

BERLINO – Abdul Ballout era nato nel cuore queer di Berlino, nella Schoeneberg di Marlene Dietrich e delle epiche battaglie lgbtq+, era cresciuto tra le strade delle feste drag e del Pride che qui dura un mese intero, e probabilmente aveva incrociato quotidianamente la piazza che dal 2013 si è tinta ufficialmente di arcobaleno, Nollendorfplatz. Tanto che domenica sera il tragitto dalla casa in affitto dove viveva con la madre e i fratelli fino all’angolo maledetto in cui ha sfogato tutto il suo odio scagliandosi a folle velocità contro la folla del Pride è stato brevissimo, appena qualche centinaio di metri. Un bersaglio ovvio per un ventunenne dalla fedina penale già lunga, per un ragazzo tormentato e fanatico che aveva tirato il primo pugno nel cortile di scuola, a quattordici anni. E che da allora non aveva fatto che radicalizzarsi in una spirale di odio e di violenza che albergava nascosta nel suo petto, come le due anime di un infernale Faust.

Dopo aver lasciato una scia di sangue nel Tiergarten, Abdul era riuscito a far perdere le sue tracce per un giorno intero. Ma nel tardo pomeriggio di ieri è stato ucciso dalla polizia nel quartiere berlinese di Spandau. Pochi giorni fa alcuni assistenti sociali avevano condotto con lui dei colloqui preliminari per avviare un percorso di “deradicalizzazione”: Abdul era ancora sospettato di simpatizzare per l’Isis. Ma lo avevano descritto come “imperscrutabile”, racconta il quotidiano Welt. Aveva dato l’impressione di sapere esattamente come rispondere, come allontanare da sé ogni sospetto di fanatismo islamico. Era sembrato “conformista”. Forse perché proveniva da un ambiente che in questi decenni è riuscito a crearsi, nel bel mezzo della capitale della libertà e dei diritti, una nicchia inscalfibile di società patriarcale.

Abdul è discendente di una famiglia scappata dal Libano, probabilmente durante la guerra civile degli anni 80, e secondo gli inquirenti i Ballout potrebbero essere legati all’ambiente dei cosiddetti “clan”, bande criminali di origine arabo-turco-libanese che campano di pizzo, sfruttamento della prostituzione e traffico di droga. Quelle, per dire, della popolare serie tv Dogs of Berlin. E di spettacolari colpi come il furto dei gioielli della Volta verde di Dresda. L’appartamento dove Abdul viveva appartiene ad esempio a una delle più grandi famiglie dei cosiddetti “clan”.

Nei primi due colloqui del 15 giugno e del 9 luglio, gli assistenti sociali non avevano colto nel terrorista indizi di un pericolo imminente. Oggi era previsto il terzo. Eppure quelle sedute erano arrivate dopo una sequela di messaggi di odio e di sostegno a gruppi jihadisti estremisti rovesciati da Abdul sul web. E dopo alcune condanne per violenza e ricatto e una radicalizzazione islamica documentata da anni, compresi dettagli inquietanti come una fuga del 2025 con destinazione Siria, arresto in Libano e ritorno forzoso in Germania. Abdul somigliava a tanti terroristi dell’Isis apparsi negli ultimi dieci anni ad esempio dai quartieri-dormitorio delle città industriali della Ruhr, migranti di seconda generazione cresciuti in ambienti poveri, difficili, diventati prima criminali comuni e poi fanatici del terrorismo islamico.

Dopo la tentata fuga in Siria, un tribunale tedesco aveva condannato Abdul a un anno e dieci mesi per aver pianificato un attentato terroristico, ma la procura, che aveva chiesto due anni e dieci mesi, si era opposta e aveva fatto ricorso. Dopo un anno in riformatorio, Abdul era tornato in libertà, suscitando sgomento negli inquirenti che avevano capito da un pezzo quanto fosse pericoloso. Nel periodo successivo alla scarcerazione, avevano continuato a osservarlo. E dopo aver intercettato il suo post con una pistola sul web avevano fatto irruzione nel suo appartamento ma avevano trovato soltanto un’arma giocattolo.

Abdul aveva il telefono sotto controllo e una volta a settimana doveva presentarsi al commissariato per la firma. Ma il suo viscerale radicalismo non era sfuggito a nessuno. Persino con i vicini di casa, Abdul si vantava da mesi di preparare un atto di sangue. E l’Isis predica da anni di colpire anzitutto i Pride, i tradizionali cortei di una comunità pacifica che manifesta per i diritti fondamentali che gli islamisti vorrebbero strappare loro per sempre. Un bersaglio facile, da vigliacchi.

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