Salgono petrolio e gas, sul negoziato in Iran pesa il fattore risarcimenti
di Francesco ManacordaMILANO – Non bastano le trattative tra Iran e Oman per calmare petrolio e gas. Anzi. Proprio mentre Teheran annuncia che l’intesa tecnica sulle nuove rotte attraverso lo Stretto di Hormuz è ormai vicina, il Brent torna a salire di circa il 3%, sopra gli 86 dollari al barile, dopo aver perso più del 7% la settimana scorsa. Anche il gas europeo riprende la corsa, con il contratto sul Ttf olandese in rialzo del 5,7% a 58,8 euro per megawattora. Il mercato, che pochi giorni fa aveva scommesso su una rapida riapertura dello Stretto, deve fare i conti per l’ennesima volta con una realtà più complicata.
Il presidente Usa Donald Trump proclama che lo sminamento di Hormuz è completato e che gli Stati Uniti «lo controllano al 100%», tra Iran e Oman l’accordo sulla mappa delle rotte marittime è sostanzialmente raggiunto e restano da definire alcuni aspetti tecnici. Ma per Teheran questo è solo un pezzo del negoziato. La riapertura effettiva di Hormuz, ha chiarito il ministro degli Esteri Abbas …
MILANO – Non bastano le trattative tra Iran e Oman per calmare petrolio e gas. Anzi. Proprio mentre Teheran annuncia che l’intesa tecnica sulle nuove rotte attraverso lo Stretto di Hormuz è ormai vicina, il Brent torna a salire di circa il 3%, sopra gli 86 dollari al barile, dopo aver perso più del 7% la settimana scorsa. Anche il gas europeo riprende la corsa, con il contratto sul Ttf olandese in rialzo del 5,7% a 58,8 euro per megawattora. Il mercato, che pochi giorni fa aveva scommesso su una rapida riapertura dello Stretto, deve fare i conti per l’ennesima volta con una realtà più complicata.
Il presidente Usa Donald Trump proclama che lo sminamento di Hormuz è completato e che gli Stati Uniti «lo controllano al 100%», tra Iran e Oman l’accordo sulla mappa delle rotte marittime è sostanzialmente raggiunto e restano da definire alcuni aspetti tecnici. Ma per Teheran questo è solo un pezzo del negoziato. La riapertura effettiva di Hormuz, ha chiarito il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, dipende dalle concessioni degli Usa: risarcimenti per i danni provocati dagli attacchi americani e israeliani, fine delle minacce militari e del blocco navale, revoca delle sanzioni e sblocco delle attività iraniane congelate. Un ampio programma, insomma, che riporta alle richieste iraniane di giugno. A rendere più complicate le cose il fatto che Washington e Teheran non trattano direttamente e si scambiano messaggi attraverso intermediari; Trump sostiene che gli Stati Uniti stiano soltanto «semi-negoziando», spingendo sui danni economici del nemico più che su quelli militari. Ma anche Washington ha i suoi grattacapi: la riserva strategica di petrolio è scesa a 298,7 milioni di barili, il livello più basso dal 1983, riducendo il margine con cui gli Stati Uniti possono assorbire un nuovo shock dei prezzi.
Di fatto Hormuz, praticamente bloccato dall’inizio della guerra - a fine febbraio - è diventato non solo una strozzatura fisica ma una delle principali leve negoziali iraniane. Basta una dichiarazione di Teheran o Washington per spostare in poche ore di diversi punti, anche in modo sensibile, il prezzo dell’energia.
Il braccio di ferro, inoltre, sta allargando i suoi effetti all’altra estremità della Penisola arabica. Gli Houthi, alleati dell’Iran nello Yemen, hanno intensificato gli attacchi nel Mar Rosso e dichiarato un blocco contro l’Arabia Saudita, mettendo sotto pressione proprio quella rotta occidentale che Riad utilizza per aggirare Hormuz. La East-West Pipeline, l’oleodotto controllata dai sauditi, consente infatti alla compagnia nazionale Aramco di portare il greggio dal Golfo fino al porto di Yanbu, sul Mar Rosso; ma anche quell’uscita è diventata più esposta con l’estensione del conflitto.
È in questo scenario che assumono un significato particolare i conti pubblicati ieri da Adnoc Gas. La società di Abu Dhabi ha chiuso il secondo trimestre con un utile di 665 milioni di dollari, superiore alle sue previsioni ma dimezzato rispetto agli 1,39 miliardi di un anno prima. A pesare sono state soprattutto le difficoltà nelle esportazioni provocate dalla chiusura di Hormuz. Adnoc non pare ottimista sull’esito dei negoziati tra i duellanti: prevede infatti che le rotte restino parzialmente interrotte anche nel terzo trimestre e ha ridotto a 3,5-4 miliardi la previsione sull’utile dell’intero anno. Ma allo stesso tempo gli Emirati non frenano sul gas. Adnoc Gas ha infatti assegnato nuovi contratti per 8,2 miliardi di dollari per il suo programma di sviluppo delle estrazioni. A Riad, intanto, lo stesso shock produce un risultato opposto. Saudi Aramco ha aumentato del 44% l’utile trimestrale a 32,7 miliardi di dollari, beneficiando dell’aumento dei prezzi e della possibilità di deviare appunto una parte delle esportazioni lontano da Hormuz. È la nuova geografia energetica imposta dalla guerra: non conta soltanto quanto petrolio o gas si possiede, ma da quale costa lo si può far partire. Almeno finché la minaccia Houthi non dovesse farsi ancora più concreta.