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Siria, Assad condannato a morte per crimini contro l’umanità

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La sentenza pronunciata a Damasco in contumacia: l’ex Rais è rifugiato a Mosca. Pena capitale anche per il fratello e il cugino
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Il dittatore fuggito è stato condannato a morte. In contumacia. E con lui, il suo clan, gli uomini che per conto del regime, e per anni, hanno organizzato torture, omicidi e la repressione di quei giovani che a Daraa nel 2011 coniarono lo slogan «jaak al door ya doctor», è arrivato il tuo turno dottore, senza sapere che stavano scrivendo sui muri l’incipit di una rivoluzione. Sfociata poi in tredici anni di guerra civile, con mezzo milione di morti, oltre centomila desaparecidos e fosse comuni ovunque. Il dottore è Bashar al-Assad, laureato in oftalmologia e oggi esiliato a Mosca insieme alla moglie Asma, sotto l’ala protettiva dell’amico Putin.

Il tribunale di Damasco ha emesso la prima sentenza sul passato della Siria. Per «crimini di guerra» e «crimini contro l’umanità», sono stati condannati a morte l’ex rais, presidente della Siria dal 2000 fino all’8 dicembre del 2024, suo fratello Maher e Atif Najib, suo cugino, conosciuto per essere il seviziatore dei ragazzi della rivoluzione…

Il dittatore fuggito è stato condannato a morte. In contumacia. E con lui, il suo clan, gli uomini che per conto del regime, e per anni, hanno organizzato torture, omicidi e la repressione di quei giovani che a Daraa nel 2011 coniarono lo slogan «jaak al door ya doctor», è arrivato il tuo turno dottore, senza sapere che stavano scrivendo sui muri l’incipit di una rivoluzione. Sfociata poi in tredici anni di guerra civile, con mezzo milione di morti, oltre centomila desaparecidos e fosse comuni ovunque. Il dottore è Bashar al-Assad, laureato in oftalmologia e oggi esiliato a Mosca insieme alla moglie Asma, sotto l’ala protettiva dell’amico Putin.

Il tribunale di Damasco ha emesso la prima sentenza sul passato della Siria. Per «crimini di guerra» e «crimini contro l’umanità», sono stati condannati a morte l’ex rais, presidente della Siria dal 2000 fino all’8 dicembre del 2024, suo fratello Maher e Atif Najib, suo cugino, conosciuto per essere il seviziatore dei ragazzi della rivoluzione, perché nel 2011 era il capo della sicurezza di Daraa, la città che fu la scintilla nella polveriera siriana: il rancore verso il baathismo degli Assad, e il metodo della violenza assunto a forma di governo, covava già da tempo, aveva solo bisogno di coraggio, di parole da urlare e di un’occasione, per esplodere.

Oltre ai tre, il tribunale ha emesso la pena capitale anche per l’ex ministro della Difesa Fahd al-Freij, l’ex capo dell’intelligence militare a Daraa Louay al-Ali, i funzionari Qusay Mihub, Wafiq Nasser e Talal al-Aisimi, disponendo contemporaneamente il sequestro di tutti i beni degli imputati e mandati di arresto. È una condanna di primo grado. Il governo del presidente Ahmed Al-Sharaa, l’ex qaedista che col nome di battaglia al-Jolani ha guidato gli islamisti sunniti fino a Damasco, deponendo il dittatore l’8 dicembre 2024, ha fatto sapere che le carte saranno trasmesse alla Corte di cassazione, il massimo organo giudiziario dell’ordinamento siriano. «Ci sono trenta giorni per l’appello», ha spiegato, in televisione, il ministro della Giustizia Mazhar al-Wais.

È la prima condanna di questo tipo, ma per i pezzi grossi rimane sulla carta. Al-Assad, come detto, è rifugiato a Mosca, grazie all’asilo concesso dal Cremlino. Suo fratello Maher, comandante della Quarta divisione corazzata e già accusato dalla Francia di complicità negli attacchi chimici di Ghuta e Duma nel 2013, è scomparso: l’ipotesi più accreditata è che si trovi nascosto anche lui in Russia, anche se un avvistamento nel 2025 non è mai stato confermato, e il Cremlino non ha mai parlato di lui. Chi, in caso di sentenza definitiva, potrebbe scontare la pena di morte è Najib, unico degli otto imputati presenti in aula, unico che ha ascoltato i capi di accusa «omicidio premeditato, tortura, uccisione intenzionale di bambini sotto i 15 anni», pronunciati dal giudice Fakhreddin al-Aryan.

Damasco continua a chiedere al governo russo di consegnare al-Assad, ma Mosca si rifiuta e tutela l’ex alleato. Neppure l’intesa sulle basi costiere di Hmeimim e Tartus, una volta totalmente russe e ora prossime a diventare centri di addestramento congiunti, sblocca il ritorno del dittatore che ha tenuto in pugno la Siria per ventiquattro anni.

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