NEW YORK – «I risultati delle primarie democratiche vanno analizzati con prudenza. La vittoria di candidati progressisti fa notizia per le loro posizioni radicali, ma così si dà l’impressione che stiano prendendo il sopravvento sull’intero partito e non è vero. Restano una minoranza, ci sono molti candidati moderati che avanzano di cui si parla meno. I timori, però, restano: perché la sfida di midterm si giocherà su pochi, peculiari seggi. Ci sono circa 25 gare aperte per la Camera e appena 5 per il Senato. È dunque essenziale che i dem schierino i candidati giusti, capaci di vincere». Yascha Mounk è l’esperto di populismo e identità politica della Johns Hopkins University. Tedesco naturalizzato americano, è politologo e autore di saggi come “La trappola identitaria”; “Il grande esperimento”; “Popolo vs. democrazia”.
È un fatto che nel partito dem sta emergendo una fazione molto più a sinistra dei suoi rappresentanti attuali.
«È il problema delle primarie, elezioni in cui vota il 5, 1…
NEW YORK – «I risultati delle primarie democratiche vanno analizzati con prudenza. La vittoria di candidati progressisti fa notizia per le loro posizioni radicali, ma così si dà l’impressione che stiano prendendo il sopravvento sull’intero partito e non è vero. Restano una minoranza, ci sono molti candidati moderati che avanzano di cui si parla meno. I timori, però, restano: perché la sfida di midterm si giocherà su pochi, peculiari seggi. Ci sono circa 25 gare aperte per la Camera e appena 5 per il Senato. È dunque essenziale che i dem schierino i candidati giusti, capaci di vincere». Yascha Mounk è l’esperto di populismo e identità politica della Johns Hopkins University. Tedesco naturalizzato americano, è politologo e autore di saggi come “La trappola identitaria”; “Il grande esperimento”; “Popolo vs. democrazia”.
È un fatto che nel partito dem sta emergendo una fazione molto più a sinistra dei suoi rappresentanti attuali.
«È il problema delle primarie, elezioni in cui vota il 5, 10 per cento degli abitanti di una determinata area e i candidati possono vincere anche se rappresentano solo una frazione degli elettori. I progressisti sono molto motivati, incanalano bene la rabbia e la frustrazione dei giovani. Poi, però, vincere le elezioni è un’altra cosa».
Teme che i candidati più progressisti rappresentino un rischio?
«Non giudico le ideologie, ho timori di diverso tipo. Intanto, i repubblicani hanno ridisegnato diverse circoscrizioni a loro vantaggio è quello peserà. Se in quegli Stati i dem corrono con candidati al di sotto del potenziale massimo del partito, è sconfitta. M’inquieta anche la possibilità che se ai progressisti dovesse andar bene, l’onda lunga pesi sulla scelta del candidato alle presidenziali. Se la sinistra dura dovesse accaparrarsi la nomination, la Casa Bianca sarebbe persa. Perché, se è vero che Trump e i suoi eredi, Vance e Rubio, sono estremisti, i sondaggi indicano che l’America non voterebbe un democratico fuori dal mainstream. O per lo meno: nonostante i dem siano favoriti, vincere diventerebbe una scommessa imprevedibile».
L’estremismo, cioè, paga più a destra che a sinistra?
«I sondaggi lo dicono chiaramente. Alle urne i candidati progressisti hanno meno successo dei moderati: il loro “valore” in termini di voto fa scendere le possibilità di vittoria del 3/5 per cento. In Stati tradizionalmente dem come New York Washington Dc o la California non conta. Ma se parliamo di un seggio al Michigan o della poltrona di governatrice in Wisconsin, le cose cambiano. Figuriamoci, la gara per la Casa Bianca dove si devono conquistare stati conservatori come Florida e Georgia. E un’altra cosa: i progressisti fanno bene a parlare di costo della vita e argomenti concreti. Tutti dovrebbero seguirli. Ma c’è la frangia socialista che spesso straparla spaventando gli elettori».
Ad esempio?
«Dicono di battersi per i lavoratori. Ma in tutti i sondaggi risulta chiaro che proprio fra quelli sono impopolari. I più radicali sono disconnessi dalla classe che vorrebbero rappresentare e che ha valori molto più conservatori dei loro: dal patriarcato all’economia. Percepiscono quei candidati come troppo lontani dalla loro realtà. Pensate a Francesca Hong in Wisconsin: come si fa a dire che odia il Thanksgiving perché offende i nativi? Non c’è niente di più americano».
Vale anche per El Sayed in Michigan?
«Lui non è un socialista. Lo conosco da anni e posso dire che è un politico abile nell’adattarsi ai tempi e certo, oggi si presenta come molto più radicale del passato. Non approvo la sua scelta di allearsi con figure estreme come l’influencer di sinistra Hasan Peiker, filorusso, filocinese, filopalestinese. Lui dice che serve a raggiungere i giovani, ma peserà sul voto di novembre».
Edward Luce, sul “Financial Times”, scrive che su questo voto peserà più il sostegno a Israele che l’economia.
«Non sono d’accordo. L’inflazione è al primo posto fra i timori degli americani, la guerra in Medio Oriente al 24esimo. Certo, conta in circoscrizioni a maggioranza araba dove ha vinto El Sayed, ma in generale gli americani hanno una percezione astratta della guerra, perché non ci sono le decine di migliaia di soldati statunitensi che c’erano in Afghanistan e Iraq. Poi, certo, la soffrono dal benzinaio e, in tal senso, è impopolare. Ma sempre in chiave inflazione».
Teme che a novembre Trump tenti di inquinare le elezioni?
«Gli americani sono molto legati alla loro Costituzione e allo stato di diritto, e questo terreno comune sarà un freno. Ma è anche vero che sempre più repubblicani non vedono le azioni di Trump come un attacco alla democrazia. Il mio timore non è tanto che si falsino i risultati: ma che si arrivi a un punto in cui le istituzioni non saranno più indipendenti e i sostenitori del presidente continueranno a ritenerlo l’unico legittimo rappresentante del popolo. Perché, anche se i consensi sono in calo, moltissimi lo sostengono ancora».
Il presidente sta facendo campagna contro i candidati progressisti rispolverando lo spauracchio del comunismo.
«Per certi versi non ha tutti i torti, poi bisogna declinare caso per caso. El Sayed non è uno di quelli, ma per dire la Hong è un membro attivo dei Democratic Socialists of America, che oggi hanno abbandonato la loro fiera tradizione socialdemocratica e sono tutt’altra cosa. Estremisti, divisi al loro interno e molto confusi nel messaggio»