Pochi si aspettavano un esito diverso. La Corte Suprema russa ha respinto ieri il ricorso presentato dal partito antiguerra Jabloko, rendendo così definitiva la sua esclusione dalle elezioni di settembre per la Duma, la Camera. La sentenza è arrivata tra le grida di «Vergogna!» dei sostenitori, perlopiù giovani, radunati davanti al tribunale per sostenere l’unico partito rimasto nel Paese che chieda un cessate il fuoco immediato in Ucraina. Manifestazioni che nella Russia di oggi non sono tollerate: almeno 85 simpatizzanti sono stati fermati dalla polizia, secondo i media locali. «Una farsa giudiziaria», ha definito la decisione il leader del partito, Nikolaj Rybakov. «Eppure abbiamo già ottenuto la cosa più importante: ora il mondo intero sa quante persone in Russia vogliono la pace», ha detto, aggiungendo che il partito continuerà a ricorrere a «ogni mezzo legale» per far valere le proprie ragioni.
Il mese scorso Jabloko era riuscito a registrarsi per le elezioni della Duma e, …
Pochi si aspettavano un esito diverso. La Corte Suprema russa ha respinto ieri il ricorso presentato dal partito antiguerra Jabloko, rendendo così definitiva la sua esclusione dalle elezioni di settembre per la Duma, la Camera. La sentenza è arrivata tra le grida di «Vergogna!» dei sostenitori, perlopiù giovani, radunati davanti al tribunale per sostenere l’unico partito rimasto nel Paese che chieda un cessate il fuoco immediato in Ucraina. Manifestazioni che nella Russia di oggi non sono tollerate: almeno 85 simpatizzanti sono stati fermati dalla polizia, secondo i media locali. «Una farsa giudiziaria», ha definito la decisione il leader del partito, Nikolaj Rybakov. «Eppure abbiamo già ottenuto la cosa più importante: ora il mondo intero sa quante persone in Russia vogliono la pace», ha detto, aggiungendo che il partito continuerà a ricorrere a «ogni mezzo legale» per far valere le proprie ragioni.
Il mese scorso Jabloko era riuscito a registrarsi per le elezioni della Duma e, con consensi tradizionalmente tra l’1 e il 4 per cento, non appariva una minaccia per Russia Unita, il partito di maggioranza vicino a Vladimir Putin. Poi, però, sono arrivati i post diventati virali sui social, accompagnati dallo slogan politicamente esplosivo “Per la pace e per la libertà”, e alcuni sondaggi hanno iniziato a dare Jabloko sopra il 5 per cento, la soglia necessaria per entrare in parlamento. È a quel punto che è arrivato il ricorso del partito ultrapatriottico Rodina, che ha accusato Jabloko di presunte violazioni del diritto d’autore, tra cui la citazione di una canzone sovietica per bambini e la mancata indicazione dell’autore di una fotografia sul suo sito. Accuse che, insieme a quelle relative a presunti finanziamenti dall’estero, hanno portato il 10 agosto la Corte Suprema a escludere il partito dalla competizione nazionale, che assegna metà dei 450 seggi della Duma (Jabloko potrà comunque presentare propri candidati nei collegi uninominali, dove però conquistare un seggio è molto più difficile).
La decisione sembra tradire il timore del Cremlino che le elezioni potessero trasformarsi in un barometro della crescente stanchezza per il conflitto in Ucraina e che Jabloko potesse diventare il catalizzatore di questo malcontento. La sua esclusione sembra anche segnalare un ulteriore spostamento delle linee rosse del regime: persino un partito “di sistema” come Jabloko smette di essere tollerato nel momento in cui si oppone alla guerra “fino alla vittoria”.
Secondo alcuni osservatori, si potrebbe trattare del primo passo verso lo smantellamento del movimento. A indicarlo sono anche i numerosi procedimenti penali e amministrativi aperti contro i suoi esponenti. Proprio ieri è arrivata la durissima sentenza contro il vicepresidente di Jabloko, Lev Shlosberg: undici anni e un mese di carcere per violazioni delle leggi sulle cosiddette “fake news” sull’esercito e sul “discredito” delle forze armate. Alla base delle accuse ci sono un video di un dibattito pubblicato sui social in cui il politico chiedeva un cessate il fuoco immediato in Ucraina e un post rilanciato su Telegram il 25 febbraio 2022 — prima dell’entrata in vigore delle leggi sulla censura di guerra — con la prima pagina del quotidiano britannico Daily Mirror. L’immagine mostrava Vladimir Putin accanto a una donna insanguinata e il titolo: “Her blood. His hands” (“Il sangue di lei. Le mani di lui”). Nelle sue ultime dichiarazioni, Shlosberg ha definito la sentenza «un discredito del diritto e della legislazione russa» e ha ribadito il suo appello per un cessate il fuoco e per l’avvio di un «dialogo politico».