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Siria, bombe dell’Idf sull’aeroporto militare: i turchi nel mirino

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Operazione di Israele per impedire un rafforzamento dell’esercito di Erdogan. La condanna degli Usa: “Escalation non necessaria”
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«Una escalation non necessaria che non aiuta la stabilità regionale». Il commento dell’inviato speciale degli Stati Uniti per la Siria Tom Barrack sintetizza perfettamente l’effetto del raid lanciato ieri da Israele contro l’aeroporto militare di Abu Dhuhur, in Siria, regione di Idlib, poco lontano dal confine con la Turchia. Il raid – otto missili – secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani non ha fatto vittime, ma provocato ingenti danni: cosa che era probabilmente lo scopo dell’azione. Abu Dhuhur si trova a sessanta chilometri dal confine e i turchi stavano lavorando per riattivare la struttura.

Israele in serata ha confermato di essere responsabile dei raid attraverso l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu: «Israele e la Siria avevano concordato uno status quo in materia di sicurezza, che la Siria stava per violare consentendo alle truppe turche di schierarsi in una base aerea vicino ad Aleppo. Li avevamo ripetutamente avvertiti che un simile dispiegamento rappr…

«Una escalation non necessaria che non aiuta la stabilità regionale». Il commento dell’inviato speciale degli Stati Uniti per la Siria Tom Barrack sintetizza perfettamente l’effetto del raid lanciato ieri da Israele contro l’aeroporto militare di Abu Dhuhur, in Siria, regione di Idlib, poco lontano dal confine con la Turchia. Il raid – otto missili – secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani non ha fatto vittime, ma provocato ingenti danni: cosa che era probabilmente lo scopo dell’azione. Abu Dhuhur si trova a sessanta chilometri dal confine e i turchi stavano lavorando per riattivare la struttura.

Israele in serata ha confermato di essere responsabile dei raid attraverso l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu: «Israele e la Siria avevano concordato uno status quo in materia di sicurezza, che la Siria stava per violare consentendo alle truppe turche di schierarsi in una base aerea vicino ad Aleppo. Li avevamo ripetutamente avvertiti che un simile dispiegamento rappresenterebbe una minaccia per la sicurezza di Israele e la Siria ha scelto di ignorare questi avvertimenti».

Al netto della dura condanna di Ankara, l’attacco ha provocato dure reazioni anche da parte degli Stati Uniti: Barrack – che è anche ambasciatore in Turchia – aveva incontrato il ministro degli Esteri siriano poche ore prima del bombardamento nell’ambito della politica di “contenimento” che la Casa Bianca da mesi persegue verso il nuovo governo di Damasco, alla cui testa c’è un uomo – Ahmed al Shara appunto – che nella sua vita precedente, da capo jihadista, dagli americani era stato inserito nella lista dei ricercati più pericolosi. Proprio per il complesso equilibrio che si sta costruendo con la comunità internazionale, ieri la Siria aveva ammesso il possesso di materiale atomico: lasciti del vecchio regime che, con la pubblica dichiarazione, dovrebbero presto essere sottoposti a controlli dall’Aiea.

Questo e molto altro rischia di essere compromesso ora: la fragile stabilità del nuovo potere a Damasco, ma ancora di più il già teso rapporto fra la Turchia e Israele. Da mesi Erdogan lancia accuse durissime contro Netanyahu e alle parole fa seguire sostegno aperto agli uomini di Hamas, a Gaza come in esilio. Da parte sua il primo ministro israeliano risponde minacciando apertamente Ankara di ripercussioni.

In mezzo al braccio di ferro, gli Usa di Trump, alleati di entrambi. Ieri Netanyahu ha danneggiato i tentativi di equilibrio, provocando l’ira di Barrack, che a Trump è molto vicino. Ma questa non è stata la prima volta né sarà l’ultima che le azioni del premier entreranno in conflitto con l’America: da qui al 27 ottobre – data delle elezioni in Israele – a guidarlo sarà solo la campagna elettorale. E se il mondo si preoccupa di ciò che accade in Cisgiordania, i sondaggi mostrano che agli israeliani questo non interessa. A guidare la scelta degli incerti sarà il tema della sicurezza, del pericolo che Israele sente di vivere costantemente. Con le mani legate in Iran e la necessità di limitare le azioni a Gaza, la Siria è per Netanyahu un obiettivo a portata di mano per rafforzare la sua reputazione di “Mr. Sicurezza”. Soprattutto sapendo che l’America di Trump potrà protestare, ma mai lo abbandonerà davvero.

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