«Noi non siamo il Venezuela». Il presidente iraniano Mahsoud Pezeshkian rivendica con orgoglio la resistenza del suo paese alla «aggressione americana» e promette che Teheran «non si arrenderà mai» al «D-Day economico» minacciato da Trump. Oggi il segretario al Tesoro Usa Bessent dovrebbe rivelare le nuove sanzioni decise da Washington contro Teheran, si parla di un blocco terrestre, delle rotte di approvvigionamento, dopo quello navale. Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi l’ha definita la mossa della «disperazione», i pasdaran la considerano il risultato della «sconfitta militare» e assicurano di avere un piano per contrastarla. Il sistema si compatta, ma dietro le quinte emergono però approcci diversi.
Pezeshkian e il capo-negoziatore Ghalibaf spingono per tornare al Memorandum di Intesa ed evitare un tracollo economico: «Non importa quanta potenza militare possediamo, se la gente soffre la fame e non abbiamo circolazione di denaro, crescita economica e produzione intern…
«Noi non siamo il Venezuela». Il presidente iraniano Mahsoud Pezeshkian rivendica con orgoglio la resistenza del suo paese alla «aggressione americana» e promette che Teheran «non si arrenderà mai» al «D-Day economico» minacciato da Trump. Oggi il segretario al Tesoro Usa Bessent dovrebbe rivelare le nuove sanzioni decise da Washington contro Teheran, si parla di un blocco terrestre, delle rotte di approvvigionamento, dopo quello navale. Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi l’ha definita la mossa della «disperazione», i pasdaran la considerano il risultato della «sconfitta militare» e assicurano di avere un piano per contrastarla. Il sistema si compatta, ma dietro le quinte emergono però approcci diversi.
Pezeshkian e il capo-negoziatore Ghalibaf spingono per tornare al Memorandum di Intesa ed evitare un tracollo economico: «Non importa quanta potenza militare possediamo, se la gente soffre la fame e non abbiamo circolazione di denaro, crescita economica e produzione interna, non resisteremo», ha detto Ghalibaf. Il capo dei Pasdaran Vahidi e il segretario del consiglio di sicurezza nazionale Rezaei sono invece fautori della resistenza a oltranza, anche se dovesse richiedere una azione militare preventiva per rompere l’assedio.
Nelle ultime settimane, il blocco di Hormuz si è fatto sentire sulle casse dello stato e due fonti a Teheran confermano che dentro l’apparato c’è il timore che - se il blocco dovesse proseguire - tra qualche mese lo stato non sarebbe più in grado di gestire il paese. Con l’aiuto della Marina statunitense, le petroliere saudite, kuwaitiane, qatariote ed emiratine sono riuscite ad attraversare lo stretto spegnendo i transponder. Secondo il Dipartimento dell’Energia Usa il traffico petrolifero attraverso Hormuz è arrivato a 8 - 9 milioni di barili al giorno, non il livello pre-guerra ma un incremento significativo rispetto al mese scorso.
Per Teheran è un doppio smacco: impossibilitata a esportare il suo petrolio liberamente, vede gli americani riuscire a contenere i prezzi. Ecco perché Rezaei minaccia di colpire le rotte di trasporto dal Golfo – alternative allo Stretto di Hormuz – se i Paesi vicini dovessero unirsi all’offensiva economica di Washington.
La linea del presidente Pezeshkian è diversa, vorrebbe provare a resuscitare il Memorandum di intesa firmato a giugno, «il modo migliore per superare una situazione di né guerra né pace», ma ha scarsissima influenza sulle decisioni che riguardano l’andamento della guerra. Conosce i numeri, sa che gli iraniani ora consumano più benzina di quanta ce ne sia sul mercato, che l’inflazione è schizzata alle stelle e che il Paese non può attrarre investimenti fin quando dura la minaccia di una ripresa della guerra. Ma non è lui a stabilire quanto la guerra durerà.
Oggi a Teheran è atteso il capo dell’esercito pachistano, il generale Asim Munir, proverà a riattivare la mediazione con gli Stati Uniti. Il Pakistan ha avuto un ruolo determinante, insieme al Qatar, nel negoziare il Memorandum di giugno, e sta giocando una partita complessa per aumentare la propria influenza nella regione.
Islamabad ha firmato una alleanza di reciproca Difesa con la Turchia e l’Arabia Saudita, l’accordo della Mecca. L’Iran non ne fa parte, ma ieri il giornale libanese al Mayadeen riportava le parole di un parlamentare iraniano secondo il quale Teheran sarebbe stata invitata a entrare nell’alleanza. Non ci sono conferme né dai Paesi interessati né dalle autorità iraniane, ma non è escluso che l’accordo della Mecca finisca sul tavolo degli incontri che Munir terrà con i Pasdaran.