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Football, la ricerca shock: “Un giocatore su quattro colpito da malattia neurodegenerativa”

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Lo rivela uno studio British Medical Journal che ha analizzato 338 atleti della Nfl morti tra il 2016 e il 2021: “Vittime di ripetuti traumi cranici”
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Non esiste negli Stati Uniti un lavoro più pericoloso del giocatore di football americano: almeno uno su quattro nel corso della vita sviluppa l’encefalopatia traumatica cronica (Cte), una malattia neurodegenerativa causata da ripetuti traumi cranici, che gli atleti subiscono regolarmente nelle collisioni durante le partite. A svelarlo è uno studio pubblicato ieri dal British Medical Journal. Sono stati analizzati i corpi di 338 dei 1712 ex giocatori della Nfl morti tra il 2016 e il 2021, 315 di loro avevano la Cte.

Parliamo quindi del 25% con una stima assolutamente ottimista, che ipotizza che nemmeno uno dei 1374 atleti non analizzati avesse la malattia. Per fare un confronto, i minatori di carbone hanno un rischio del 10-20% di sviluppare malatt…

Non esiste negli Stati Uniti un lavoro più pericoloso del giocatore di football americano: almeno uno su quattro nel corso della vita sviluppa l’encefalopatia traumatica cronica (Cte), una malattia neurodegenerativa causata da ripetuti traumi cranici, che gli atleti subiscono regolarmente nelle collisioni durante le partite. A svelarlo è uno studio pubblicato ieri dal British Medical Journal. Sono stati analizzati i corpi di 338 dei 1712 ex giocatori della Nfl morti tra il 2016 e il 2021, 315 di loro avevano la Cte.

Parliamo quindi del 25% con una stima assolutamente ottimista, che ipotizza che nemmeno uno dei 1374 atleti non analizzati avesse la malattia. Per fare un confronto, i minatori di carbone hanno un rischio del 10-20% di sviluppare malattie invalidanti o mortali.

La Cte è diagnosticabile solo post-mortem e non esistono cure: il declino è irreversibile e parte dai cambiamenti nel comportamento fino alla demenza profonda e al decesso. Il suo legame con il football è noto da più di 20 anni. A individuarlo per primo fu il neuropatologo nigeriano Bennet Omalu, che combatté per anni con la Nfl perché prendesse in considerazione la sua scoperta. Una storia, tra l’altro, raccontata nel film Zona d’ombra (2015) con Will Smith, che ha fatto triplicare le donazioni di organi da parte delle famiglie degli atleti di football e ha reso possibile lo studio uscito ieri.

E allora perché si continua a ignorare il rischio? La risposta scontata è che la Nfl fattura circa 21 miliardi di dollari l’anno, il Super Bowl è di gran lunga l’evento più seguito negli Stati Uniti e rimuovere gli scontri dal gioco è impossibile senza cambiarlo in maniera radicale. In più l’Osha, l’agenzia del Dipartimento del Lavoro che si occupa di salute e sicurezza, vuole fornire un’altra scappatoia: lo scorso anno ha proposto che vengano esentati dalle norme sulla sicurezza quei pericoli che sono «intrinseci e indissociabili dalla natura stessa di un’attività o di una prestazione professionale». Tra questi, gli scontri nel football americano.

In ogni caso la maggior parte degli atleti ha iniziato a giocare da bambino a scuola e ha proseguito poi al college, dove non valgono le normative sul lavoro. L’ex capo dell’Osha David Michaels nel suo libro Trionfo del dubbio sostiene che la Nfl, come le industrie del tabacco o dell’alcol, riesce a tutelarsi perché oscura le scoperte scientifiche che ne danneggerebbero i profitti. Uno studio del genere è più difficile da nascondere sotto il tappeto.

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