BRUXELLES – «La Commissione europea prende atto dell’esito del referendum e rispetta la scelta del popolo islandese. L’Islanda rimane uno stretto partner dell’Unione europea». Questo stringato e piuttosto formale commento con cui la Commissione europea ha accolto l’esito del referendum islandese per l’adesione all’Ue, spiega più di ogni altra cosa quanta delusione sia maturata a Bruxelles per il “no” all’Unione. Un voto negativo che sembra riportare le lancette al tempo della Brexit.
L’imbarazzo di questa nota è eloquente. Le istituzioni comunitarie si aspettavano tutt’altro risultato. Anzi, lo speravano anche per tentare di riconsegnare all’Ue un pizzico di capacità attrattiva. L’Islanda era chiam…
BRUXELLES – «La Commissione europea prende atto dell’esito del referendum e rispetta la scelta del popolo islandese. L’Islanda rimane uno stretto partner dell’Unione europea». Questo stringato e piuttosto formale commento con cui la Commissione europea ha accolto l’esito del referendum islandese per l’adesione all’Ue, spiega più di ogni altra cosa quanta delusione sia maturata a Bruxelles per il “no” all’Unione. Un voto negativo che sembra riportare le lancette al tempo della Brexit.
L’imbarazzo di questa nota è eloquente. Le istituzioni comunitarie si aspettavano tutt’altro risultato. Anzi, lo speravano anche per tentare di riconsegnare all’Ue un pizzico di capacità attrattiva. L’Islanda era chiamata a scegliere tra la paura esterna dell’aggressività degli Usa a guida Donald Trump e quella domestica di perdere una parte della loro ricchezza e di mandare su tutte le furie la “lobby dei pescatori”, la più potente del Paese. L’Europa si era convinta che la minaccia trumpiana avrebbe sovrastato ogni dubbio ed invece l’interesse particolare ha prevalso.
A Palazzo Berlaymont, al di là delle parole ufficiali, sono però convinti che la capacità ibrida di influenzare il voto da parte della Russia e degli stessi States abbia ribaltato le posizioni. Il timore diffuso a Bruxelles è che la Russia abbia manipolato la campagna referendaria per assestare un altro colpo all’immagine dell’Ue e per indebolire Reykjavik come primo “controllore” delle nuove rotte artiche che si stanno aprendo grazie allo scioglimento dei ghiacci. Un interesse uguale e contrario degli Usa che, a cominciare dalla Groenlandia, hanno concentrato l’attenzione su quella fascia di pianeta. E in effetti se si ascoltano le reazioni dei sovranisti più vicini a Mosca e Casa Bianca, il sospetto cresce. L’ingresso nell’Ue, è il giudizio di Marine le Pen, «non è l’orizzonte naturale di ogni democrazia europea: un’altra Europa è possibile». A suo parere, «i popoli devono poter decidere il proprio futuro, le proprie istituzioni e la capacità di difendere gli interessi nazionali». «Congratulazioni all’Islanda — le ha fatto eco Nigel Farage, il leader di Reform Uk e promotore del referendum sulla Brexit — per aver votato per mantenere la sua indipendenza».
Ma più che l’indipendenza è stata la paura — più o meno indotta — di perdere le quote di pesca nell’Atlantico e di ridurre il proprio tenore di vita a far invertire la rotta. Senza però tenere conto dei possibili rischi futuri. L’Islanda continua a far parte dello Spazio Economico Europeo insieme alla Norvegia e quindi applica le regole dell’Unione ad eccezione di pesca e agricoltura. C’è una chiara interdipendenza con l’Ue: basti pensare che esporta nell’Unione il 66,5 per cento dei suoi prodotti e il 45,1 per cento dell’import è “made in Ue”. L’Islanda, poi, fa parte della Nato e quindi può contare sulla protezione militare Atlantica ma non ha esercito. E se Trump continuerà nella sua azione di disimpegno, l’unico fattore di sicurezza sarebbe stato l’obbligo di mutua difesa previsto dai trattati europei.
Per di più i 27 stavano programmando, in caso di vittoria dei “sì”, un nuovo dialogo con la Norvegia. Oslo a quel punto sarebbe infatti rimasta di fatto da sola nello Spazio Economico Europeo. Lo sconforto è aumentato anche per questo. Come ha detto il presidente del consiglio europeo, António Costa, «l’Islanda rimane uno dei partner più stretti del’Ue, anche attraverso lo Spazio economico europeo». Ma sono, appunto, parole di delusione. Anche perché nei contatti avviati qualche mese fa, le concessioni sulla pesca in caso di adesione sarebbero state ampie. Forse il ricordo delle “Cod Wars”, le guerre del merluzzo combattute con la Gran Bretagna tra il ‘58 e il ‘76, è ancora vivo. Ma l’isolamento — lo sta dimostrando il Regno Unito — nell’attuale contesto geopolitico non è la carta migliore da giocare. A Bruxelles si consolano pensando che è meglio un partner in meno che uno poco convinto del progetto Ue.