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Nepal, in fila per il prelievo del dna: “Così daremo un nome ai morti”

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Tra celle frigo piene e migliaia di corpi sepolti temporaneamente, negli ospedali si raccolgono campioni dai familiari per identificarli
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KATMANDU – Tashi Nyima Thapa è venuto a farsi prelevare il sangue nel piazzale del Nepal Police Hospital di Katmandu: cerca sua sorella, e per dare un nome ai suoi morti il Nepal si sta mettendo in fila per l’analisi del Dna.

È un’emergenza assoluta. A una settimana dal disastro, solo 58 su 1.058 corpi e resti umani trovati sono stati identificati e consegnati alle famiglie per i riti funebri. Tutte le celle frigo disponibili sono colme: i corpi restituiti ogni giorno dal fango vengono fotografati, catalogati e numerati. Prelevato un campione per profilare il Dna, vengono sepolti nella terra viva in attesa di essere riesumati quando si troverà un parente. Questo ha scatenato una controversia dolorosa: la tradizione induista prevede la cremazione, ma le autorità sostengono di non poter conservare centinaia di corpi fuori dalle celle frigorifere.

Così dopo l’avvio in sordina lunedì della campagna di prelievi promossa dal governo nepalese, ieri è cominciata la processione dei parenti all…

KATMANDU – Tashi Nyima Thapa è venuto a farsi prelevare il sangue nel piazzale del Nepal Police Hospital di Katmandu: cerca sua sorella, e per dare un nome ai suoi morti il Nepal si sta mettendo in fila per l’analisi del Dna.

È un’emergenza assoluta. A una settimana dal disastro, solo 58 su 1.058 corpi e resti umani trovati sono stati identificati e consegnati alle famiglie per i riti funebri. Tutte le celle frigo disponibili sono colme: i corpi restituiti ogni giorno dal fango vengono fotografati, catalogati e numerati. Prelevato un campione per profilare il Dna, vengono sepolti nella terra viva in attesa di essere riesumati quando si troverà un parente. Questo ha scatenato una controversia dolorosa: la tradizione induista prevede la cremazione, ma le autorità sostengono di non poter conservare centinaia di corpi fuori dalle celle frigorifere.

Così dopo l’avvio in sordina lunedì della campagna di prelievi promossa dal governo nepalese, ieri è cominciata la processione dei parenti all’Ospedale della Polizia. Accanto a Tashi c’erano già centinaia di persone, e gli agenti montavano una nuova tenda per allargare la copertura in vista della solita pioggia serale del monsone. «Lunedì abbiamo raccolto 34 campioni, oggi alle 12 eravamo già a 169. Ma possono effettuare il prelievo anche in uno qualsiasi dei centri di polizia dislocati nelle aree del disastro», ci spiega Rishi Ranjan Baitha, l’ispettore del nucleo forense in cui verranno spediti tutti i campioni per essere processati. Poi, dice, «ci vorranno mediamente due settimane per estrarne il profilo genetico: verrà inserito nel database e confrontato con quelli rilevati dai resti».

Non sarà un processo breve, ma non c’è una vera strada alternativa. Il governo ha creato un accesso digitale a un database nazionale per consentire a chiunque di provare a identificare i propri parenti dispersi. È un viaggio nell’orrore, ma resta la via più immediata per provare a identificare mariti e mogli, figli e parenti dispersi dall’onda.

Purtroppo, in assenza di segni evidenti come i tatuaggi si rivela spesso un vicolo cieco: i corpi, anche quando sono interi, sono così martoriati da rendere estremamente difficile il riconoscimento. Per questo le identificazioni restano così poche. Le foto dei resti sono appese alla rinfusa anche davanti agli help desk degli ospedali di Katmandu, e al Chitwan Expo Centre nella regione alluvionata dove convergono i familiari e vengono mostrate le immagini per il riconoscimento. I familiari di Ayush Khadka, che aveva 21 anni, hanno trovato così un corpo da cremare sulle rive del Narayani.

Perché l’identificazione con il Dna sia sicura, nei tendoni dell’Ospedale della polizia chiedono che a sottoporsi al prelievo del sangue da cui estrarre il profilo genetico siano genitori e figli. Ma con intere famiglie sterminate accettano anche i fratelli, nonostante cresca il margine d’incertezza. Tashi, per esempio, ha compilato la scheda per sua sorella Thupten, scomparsa a Timure sulle sponde del Trishuli. «Con lei sono dispersi il marito, i suoceri e i due bambini, che avevano 6 mesi e 3 anni. La loro casa è stata spazzata via». Ram Pathak, un 44enne dell’Ohio, è volato a Katmandu dall’America appena ha scoperto che il fratello e il cugino sono scomparsi nella zona della frontiera con il Tibet: «Vivo in America da 20 anni, loro erano rimasti qui e avevano messo su un’agenzia di viaggi. Stavano andando al monte Kailash, in Tibet, con otto turisti americani e un canadese. Sappiamo che erano alla frontiera, quella di cui abbiamo visto tutti le immagini mentre veniva travolta e distrutta dall’onda. Ho accompagnato qui papà, sarà lui a dare il sangue per cercare mio fratello».

In coda ad attendere il loro turno ci sono anche Rabi e Rikki Adhikari: «Siamo qui per Bagirath, nostro fratello. Viveva con la moglie Parabati a Shanti Bazar. La stava accompagnando al lavoro a Mailung, a 5 chilometri da casa. Ma appena lei è scesa dalla moto, l’onda è arrivata e l’ha sbattuta sulla riva della montagna. L’hanno salvata i soldati». Il video di Parabati nella foresta con lo sguardo perso, girato da uno dei soldati che l’hanno tirata fuori dall’acqua, sui social è diventato una delle immagini iconiche dell’alluvione: «Appena è uscita dal fiume — racconta il cognato — si è voltata a guardare Bagirath: l’onda lo stava trascinando via».

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