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Ora il mio Israele deve scegliere a cosa credere

(agf)

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Le reazioni dure sul caso del film “Naza”, provenienti da entrambi i lati della barricata, mostrano lo stato di polarizzazione della nostra opinione pubblica
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Negli ultimi giorni, l’intero Stato di Israele è in fermento. I social network, la piazza pubblica dei nostri tempi, ribollono di parole che colpiscono la tastiera con una rapidità violenta, nel mezzo di una tempesta emotiva come non se ne vedevano dall’inizio della guerra, provocata da un’opera d’arte. Sembra che la ferita aperta che il 7 ottobre ha lasciato sugli israeliani sia ora giunta al culmine, in seguito all’accoglienza entusiastica ricevuta a livello internazionale dal film “Naza”, realizzato dai registi attivisti Yuval Abraham e Rachel Szor.

Le reazioni dure provenienti da entrambi i lati della barricata mostrano lo stato di polarizzazione dell’opinione pubblica israeliana: da una parte, chi sostiene che occorra radere al suolo Gaz…

Negli ultimi giorni, l’intero Stato di Israele è in fermento. I social network, la piazza pubblica dei nostri tempi, ribollono di parole che colpiscono la tastiera con una rapidità violenta, nel mezzo di una tempesta emotiva come non se ne vedevano dall’inizio della guerra, provocata da un’opera d’arte. Sembra che la ferita aperta che il 7 ottobre ha lasciato sugli israeliani sia ora giunta al culmine, in seguito all’accoglienza entusiastica ricevuta a livello internazionale dal film “Naza”, realizzato dai registi attivisti Yuval Abraham e Rachel Szor.

Le reazioni dure provenienti da entrambi i lati della barricata mostrano lo stato di polarizzazione dell’opinione pubblica israeliana: da una parte, chi sostiene che occorra radere al suolo Gaza a ogni costo, difendersi dal terrorismo e garantire che il massacro del 7 ottobre non si ripeta mai più, considera traditori gli autori; dall’altra, chi ritiene che ai palestinesi sia stato inflitto un torto imperdonabile, incarnato nelle uccisioni di massa e nella violazione dei diritti umani, e che i registi abbiano il diritto e il dovere di fare luce sulle azioni dell’esercito israeliano. Così “Naza” è diventato, ancora prima che ne venisse proiettato un solo fotogramma in Israele, un test di lealtà: dalla parte dello Stato o contro di esso.

Il film pone una domanda che ormai da tempo va oltre i confini del documentario e della definizione dei crimini di guerra: fino a quando la società israeliana sarà in grado di tollerare le uccisioni a Gaza e di giustificare le proprie azioni?

Questo interrogativo è la punta dell’iceberg morale della guerra interna a Israele, che va avanti da anni: una battaglia ideologica, lacerata e violenta sul carattere dello Stato. Ne sono prova il tentativo di sovvertimento istituzionale della destra, le manifestazioni di massa della sinistra e cinque tornate elettorali che hanno portato Benjamin Netanyahu, primo ministro sotto processo penale, a mantenere il potere e a intraprendere una guerra infinita.

“Naza” arriva mentre il Paese è immerso in una campagna elettorale aggressiva basata sull’Intelligenza artificiale, di fronte alle quali la capacità di distinguere tra fatto, propaganda e manipolazione diventa sempre più difficile. Ma la frattura sociale a cui dà voce non è nata con il film né con l’Intelligenza artificiale: è stata costruita nel corso di anni di egemonia politica di Netanyahu, che ha deliberatamente e consapevolmente legittimato un linguaggio estremista e violento, che considera ancora utile per il suo partito.

Il potere non è soltanto il numero di anni durante i quali una persona siede sulla poltrona del primo ministro. È anche il linguaggio che inculca, i campi che costruisce, i ministri che forma, i nemici che indica e le paure attraverso le quali conduce la politica dei propri elettori. E quando la capacità della società di accogliere il dissenso si riduce a parole di paura e propaganda, di “guerra senza alternative”, di “danno collaterale” che non si sarebbe potuto evitare, si scopre che diventa difficile accogliere persino il più antico comandamento biblico sul quale si fonda il film: non uccidere.

“Naza” non si occupa dell’ecosistema sociale israeliano né dei miti fondativi sui quali sono stati costruiti lo Stato di Israele e l’esercito israeliano. Non si occupa neppure dell’attacco di Hamas e delle sue conseguenze, degli ostaggi, del trauma provocato dalla guerra. Solo del numero orribile, impossibile da assimilare, dei morti. È per questo che, per molti israeliani, viene percepito come un atto d’accusa a senso unico. Da qui deriva anche l’intensità della rabbia nei suoi confronti, che finisce per giocare direttamente a favore della campagna della destra.

Tra sei settimane si terranno le elezioni in Israele: metteranno alla prova tutti i cittadini. Riusciranno a navigare sulla zattera della verità, dentro un oceano di propaganda, a mettere in dubbio anche ciò che è stato loro chiesto di credere, e a trovare il coraggio di scegliere ciò che è umano e di stare dalla parte delle vittime, anche quando è difficile?

(Questo articolo è dedicato a due mie amiche, Sama e Shira, una palestinese e una israeliana. Entrambe hanno perso i loro figli nella guerra).

Sarai Shavit è una poetessa e scrittrice israeliana. Il suo libro “Lettere d’amore e d’assenza” è pubblicato da Neri Pozza

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