«È andato molto bene». È sera in Italia quando Donald Trump conferma che «alti funzionari» americani ieri hanno incontrato la delegazione iraniana a New York per tre ore, a margine dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, e che presto potrebbe esserci un altro faccia a faccia. Il presidente americano lo dice pochi minuti dopo aver minacciato davanti ai leader di tutto il mondo che potrebbe anche decidere di «annientare» l’Iran se si rifiuterà di fare un accordo, ma è il comportamento di Trump dall’inizio del conflitto: alternare minacce e aperture, spesso rivendicando risultati che non si concretizzano.
All’incontro hanno partecipato l’inviato speciale, Steve Witkoff e il genero di Trump, Jared Kushner e il capo della diplomazia di Teheran Araghchi. L’incontro di New York è l’occasione per provare a rompere lo stallo che dura da mesi con il blocco di Hormuz che ha mandato in tilt l’economia mondiale, e fatto schizzare in aria l’inflazione, mentre gli iraniani si impoveriscono ogni…
«È andato molto bene». È sera in Italia quando Donald Trump conferma che «alti funzionari» americani ieri hanno incontrato la delegazione iraniana a New York per tre ore, a margine dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, e che presto potrebbe esserci un altro faccia a faccia. Il presidente americano lo dice pochi minuti dopo aver minacciato davanti ai leader di tutto il mondo che potrebbe anche decidere di «annientare» l’Iran se si rifiuterà di fare un accordo, ma è il comportamento di Trump dall’inizio del conflitto: alternare minacce e aperture, spesso rivendicando risultati che non si concretizzano.
All’incontro hanno partecipato l’inviato speciale, Steve Witkoff e il genero di Trump, Jared Kushner e il capo della diplomazia di Teheran Araghchi. L’incontro di New York è l’occasione per provare a rompere lo stallo che dura da mesi con il blocco di Hormuz che ha mandato in tilt l’economia mondiale, e fatto schizzare in aria l’inflazione, mentre gli iraniani si impoveriscono ogni giorno di più a causa del blocco navale americano. Le buone notizie però sembrano finire qui, perché le condizioni poste dagli iraniani sono le stesse del memorandum di giugno affossato dagli americani — sblocco dei fondi, fine dell’assedio navale ed economico, rimozione delle sanzioni — con una aggiunta in più: la fine della guerra su tutti i fronti, compreso quello yemenita.
La linea l’aveva chiarita il capo negoziatore Mohammad Ghalibaf già due giorni fa: «Dobbiamo combattere in modo razionale e deciso, e negoziare al momento opportuno con autorevolezza e ragionevolezza».
Fronte e diplomazia si tengono, nella strategia iraniana. Prima dell’incontro newyorkese, alla Reuters un alto funzionario aveva detto che Teheran sarebbe pronta a riaprire lo Stretto di Hormuz anche in «sette giorni» se gli americani allenteranno la pressione militare e rimuoveranno il blocco sui porti iraniani, chiarendo anche che la delegazione arrivava a New York con piena autorità per riprendere le trattative. È quello che conferma indirettamente anche il portavoce dei Pasdaran, Hossein Mohebi, che ha rilasciato una rara intervista a un media europeo, l’agenzia Afp. Mohebi racconta che gli americani hanno provato a contattare e a negoziare direttamente con i Guardiani della rivoluzione, ma che i militari hanno rifiutato: la trattativa spetta ai diplomatici. Le condizioni per la fine della guerra però si scrivono nel quartier generale delle Guardie. Le abbiamo «inasprite», spiega Mohebi, dopo che gli americani hanno di fatto stracciato il Memorandum di giugno.
Finora, gli iraniani chiedevano la fine della guerra su tutti i fronti, compreso il Libano, lo sblocco dei fondi iraniani congelati all’estero e la revoca del blocco navale americano. Adesso sul tavolo irrompe il conflitto nello Yemen: «Vogliamo che la revoca del blocco dello Yemen venga aggiunta alle condizioni», chiarisce Mohebi.
L’ultimo faccia a faccia tra americani e iraniani c’era stato in Svizzera, a Lucerna, a giugno per la firma del Memorandum. La guerra è ripresa poco dopo. L’assedio economico sta privando Teheran anche dei collegamenti aerei essenziali con Baghdad, Muscat e Istanbul, e l’estensione del conflitto sul Mar Rosso sta mettendo in ginocchio l’economia del principale alleato americano in Medioriente, l’Arabia Saudita. Sia l’Iran che gli Stati Uniti hanno più di una ragione per trattare.