«Ci hanno colto di sorpresa, ma era chiaramente tutto orchestrato». Wael Mahmod Tubasi aveva in tasca la sentenza dell’Alta Corte emessa lo scorso 6 settembre e perfino una scorta dell’esercito israeliano. Eppure lunedì sera è riuscito a rientrare per appena 10 minuti nella casa del villaggio di Jalud da cui era stato estromesso a metà luglio dalla violenza dei coloni. Lui e la sua famiglia sono stati subito assediati da un centinaio di uomini che hanno lanciato pietre anche contro gli agenti e dato fuoco all’edificio e alle auto, tanto che li hanno dovuti sfollare di nuovo. Un episodio brutale, condannato dal presidente israeliano Isaac Herzog, dall’ex generale Gadi Eisenkot, principale sfidante dell’attuale premier alle prossime elezioni, e perfino da Benjamin Netanyahu.
Cosa è successo?
«Ci hanno chiamato alle 11 di sera per dirci che potevamo rientrare nella nostra casa. Mi sono vestito e sono andato con mio fratello e mio padre a vedere in che condizioni fosse. C’era l’esercito e…
«Ci hanno colto di sorpresa, ma era chiaramente tutto orchestrato». Wael Mahmod Tubasi aveva in tasca la sentenza dell’Alta Corte emessa lo scorso 6 settembre e perfino una scorta dell’esercito israeliano. Eppure lunedì sera è riuscito a rientrare per appena 10 minuti nella casa del villaggio di Jalud da cui era stato estromesso a metà luglio dalla violenza dei coloni. Lui e la sua famiglia sono stati subito assediati da un centinaio di uomini che hanno lanciato pietre anche contro gli agenti e dato fuoco all’edificio e alle auto, tanto che li hanno dovuti sfollare di nuovo. Un episodio brutale, condannato dal presidente israeliano Isaac Herzog, dall’ex generale Gadi Eisenkot, principale sfidante dell’attuale premier alle prossime elezioni, e perfino da Benjamin Netanyahu.
Cosa è successo?
«Ci hanno chiamato alle 11 di sera per dirci che potevamo rientrare nella nostra casa. Mi sono vestito e sono andato con mio fratello e mio padre a vedere in che condizioni fosse. C’era l’esercito e c’era anche la polizia di frontiera. Rientrare in casa è stato triste: i coloni avevano portato via tutto e devastato qualunque cosa, sventrato le piastrelle e abbattuto le scale. Stavamo pensando a quel che avremmo dovuto riparare, quando sono arrivati un centinaio di coloni, vestiti di nero e a volto scoperto. Hanno iniziato ad attaccarci tirando pietre. La polizia ha lanciato qualche gas lacrimogeno ma loro non se ne sono preoccupati. Continuavano ad avanzare mentre l’esercito non faceva niente».
Siete stati costretti a fuggire.
«Sì. E ora non posso rientrare a casa mia anche se ho una sentenza di tribunale che me lo garantisca. Non so cosa fare, è l’unico posto che ho, l’unica casa che posso offrire alla mia famiglia e alle mie figlie Hala di tre anni e Gala di un anno, già traumatizzate dalle violenze».
Come state ora?
«Abbiamo paura. Non siamo al sicuro in casa, nei campi, in auto. In qualsiasi momento possono venire a picchiarci, a ucciderci»
Quando è iniziato tutto questo?
«Le violenze già lo scorso aprile. Poi sono peggiorate fra giugno e luglio, quando i coloni hanno cominciato a molestare tutti i giorni le famiglie di Jalud, lanciando pietre, picchiando perfino gli anziani e terrorizzando i bambini, bloccando le strade per impedirci di rientrare, staccandoci acqua e luce. Ci hanno reso la vita impossibile. Tre settimane fa hanno picchiato anche mia mamma sulla testa fino a farla svenire. E spezzato i denti a mio zio».
Le elezioni che si avvicinano peggiorano le cose?
«Erano violenti già prima ma certo ora è molto peggio».
Cosa farete?
«Siamo ancora determinati a tornare a casa e ricostruire. Ma non c’è alcun rafforzamento della legge eppure qualcosa potrebbero fare: punirli, arrestarli. Quei criminali la passano sempre liscia. Aspettiamo e speriamo, ma va sempre peggio».