Proteste studenti a Parigi, Bruckner: “Mélenchon sa di non poter vincere e così punta al caos”
dalla nostra corrispondente Anais GinoriPARIGI – Pascal Bruckner si è svegliato ieri mattina con i tafferugli sotto le finestre, davanti a un liceo nel cuore del Marais. «Dalle periferie la rivolta è arrivata anche nel centro di Parigi» osserva l’intellettuale, che non si dice sorpreso dal nuovo movimento. «È il solito rito di passaggio» commenta Bruckner, puntando però il dito contro Jean-Luc Mélenchon. «Soffia sulla protesta. È una strategia del caos».
Lei ha spesso scritto come manifestare, scioperare, scendere in piazza, sia quasi un rito obbligato in Francia. È quello che sta accadendo anche questa volta?
«In Francia se a sedici anni non hai fatto almeno uno sciopero, una manifestazione, se non hai lanciato qualche pietra contro la polizia, sembra quasi che tu non esista. Li ho sentiti dalla finestra, tra urla e lacrimogeni. Sono ragazzini di quindici o sedici anni. E alcuni sventolavano bandiere palestinesi. Sinceramente faccio fatica a capire il rapporto tra la Palestina e la situazione di degrado nei licei francesi.…
PARIGI – Pascal Bruckner si è svegliato ieri mattina con i tafferugli sotto le finestre, davanti a un liceo nel cuore del Marais. «Dalle periferie la rivolta è arrivata anche nel centro di Parigi» osserva l’intellettuale, che non si dice sorpreso dal nuovo movimento. «È il solito rito di passaggio» commenta Bruckner, puntando però il dito contro Jean-Luc Mélenchon. «Soffia sulla protesta. È una strategia del caos».
Lei ha spesso scritto come manifestare, scioperare, scendere in piazza, sia quasi un rito obbligato in Francia. È quello che sta accadendo anche questa volta?
«In Francia se a sedici anni non hai fatto almeno uno sciopero, una manifestazione, se non hai lanciato qualche pietra contro la polizia, sembra quasi che tu non esista. Li ho sentiti dalla finestra, tra urla e lacrimogeni. Sono ragazzini di quindici o sedici anni. E alcuni sventolavano bandiere palestinesi. Sinceramente faccio fatica a capire il rapporto tra la Palestina e la situazione di degrado nei licei francesi. È il segno che su una protesta basata su motivazioni reali si possono innestare parole d’ordine politiche che vengono da altrove».
A chi pensa?
«La France Insoumise cerca di cavalcare e radicalizzare questo movimento. La strategia di Mélenchon è portare la Francia verso il caos. Non riuscendo a imporsi politicamente, perché non riuscirà a vincere le presidenziali, punta sulla strategia della tensione, sull’idea che tutto debba diventare esplosivo. È una linea politica molto pericolosa. Più cresce il caos, più una parte della società può desiderare l’ordine. In questo senso penso che la France Insoumise rischi di diventare, suo malgrado o meno, il miglior trampolino per l’estrema destra».
All’origine della protesta ci sono anche rivendicazioni concrete. Professori che mancano, scarsi mezzi per garantire l’istruzione, una scuola pubblica che soprattutto nelle periferie si sente abbandonata.
«La scuola pubblica francese è in una condizione disastrosa. Le famiglie che possono permetterselo mandano i figli nel privato, mentre il livello delle scuole pubbliche continua a scendere. Quindi sì, dietro la protesta ci sono rivendicazioni giuste. Ma questo non significa che ogni forma di protesta sia legittima. Incendiare, devastare, aggredire, non risolve la crisi della scuola. La rende semplicemente ancora più difficile da affrontare».
Le scene di devastazione di queste ultime ore sono il sintomo di una violenza più profonda nella società francese?
«È soprattutto il sintomo di un’esasperazione. Non credo che la Francia sia alla vigilia di una guerra civile. Da trent’anni, a ogni grande movimento sociale, ricompare la stessa liturgia, tra manifestazioni, scontri, vetrine distrutte, incendi. Non è un rito nuovo. Il problema è che nel frattempo la Francia è un Paese bloccato, in cui qualsiasi tentativo di riforma provoca immediatamente una rivolta. I francesi hanno una straordinaria opinione di sé e contemporaneamente un’altissima capacità di esasperarsi contro se stessi. Siamo, per usare una formula un po’ crudele, un popolo di narcisi esasperati».
Lei è molto severo anche sul bilancio di Macron.
«Sì, e lo dico pur avendo avuto molta simpatia per lui. Ma bisogna riconoscere che lascia un Paese in condizioni molto deteriorate. Anche lui porta una parte di responsabilità».
Pochi giorni fa, la Francia mostrava un volto completamente diverso con la festa popolare intorno alla visita di Leone XIV.
«È forse proprio questo il mistero francese. In poche ore siamo passati da un momento quasi di grazia alla solita furia politica. Il cattolicesimo conserva evidentemente una capacità di mobilitazione molto forte. Ma credo che il successo di quella visita derivasse soprattutto dal fatto che il Papa portava un messaggio di pace e di riconciliazione in un momento in cui la parola politica francese è diventata di una povertà e di un’aggressività impressionanti».