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Il piano Usa per Cuba: aspettare che crolli per farne poi una colonia di fatto

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Secondo gli analisti, Trump avrebbe rinunciato all’invasione. Mentre cresce la dipendenza economica dell’isola dagli Usa e a Miami un gruppo di imprenditori ha già delineato un governo provvisorio
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Il piano è questo: lasciare che Cuba sopravviva a sé stessa per poi renderla dipendente dagli Usa e trasformarsi, nei fatti, in una loro colonia. Nulla di ufficiale. Ma secondo esperti, analisti e osservatori su quanto accade nei Caraibi, Donald Trump alla fine avrebbe rinunciato ad accanirsi sull’isola del Che e di Fidel lasciando inalterate le sanzioni che la stanno strozzando da oltre mezzo secolo per favorire le industrie statunitensi negli approvvigionamenti. Per il momento. Il presidente americano deve prima chiudere la partita con l’Iran che piace sempre meno alla sua base Maga e poi dedicarsi al capitolo Cuba. Voci insistenti prevedono che il cambio avverrà entro la fine di questo 2026.

(reuters)

L’operazione è affidata a Marco Rubio, il Segretario di Stato, lui stesso cubano e figlio di esuli cubani. Conosce bene la realtà sul terreno, ha buoni rapporti con la comunità anticastrista di Miami,…

Il piano è questo: lasciare che Cuba sopravviva a sé stessa per poi renderla dipendente dagli Usa e trasformarsi, nei fatti, in una loro colonia. Nulla di ufficiale. Ma secondo esperti, analisti e osservatori su quanto accade nei Caraibi, Donald Trump alla fine avrebbe rinunciato ad accanirsi sull’isola del Che e di Fidel lasciando inalterate le sanzioni che la stanno strozzando da oltre mezzo secolo per favorire le industrie statunitensi negli approvvigionamenti. Per il momento. Il presidente americano deve prima chiudere la partita con l’Iran che piace sempre meno alla sua base Maga e poi dedicarsi al capitolo Cuba. Voci insistenti prevedono che il cambio avverrà entro la fine di questo 2026.

(reuters)

L’operazione è affidata a Marco Rubio, il Segretario di Stato, lui stesso cubano e figlio di esuli cubani. Conosce bene la realtà sul terreno, ha buoni rapporti con la comunità anticastrista di Miami, ne ha costruiti altrettanto buoni con alcuni esponenti del regime dell’Avana con cui da almeno un anno ha avviato dei colloqui. L’obiettivo è un cambio incruento che escluda le posizioni più radicali e massimaliste presenti in entrambi i fronti per lasciare spazio all’economia che da statale piano piano sarà sostituita da privati.

Un’isola alla fame

Del resto, già ora la situazione sta lentamente cambiando. Dopo sei mesi durissimi, 20 ore di blackout al giorno di energia elettrica, difficoltà persino nel reperimento di acqua potabile, per non parlare degli ospedali obbligati a rinviare le operazioni urgenti per la carenza di medicine e ricambi nelle attrezzature, fino alle mamme che hanno rinunciato a mandare i figli a scuola perché manca di tutto, i 9 milioni di abitanti per tirare avanti contano esclusivamente sulle rimesse dall’estero di parenti e amici e sul cibo che trovano nei negozi con prodotti Usa. I dati lo confermano.

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Una maggiore dipendenza dagli Usa

Le importazioni di carburante e beni di consumo hanno raggiunto livelli record. Quest’anno hanno toccato i 126,6 milioni di dollari; il solo pollo congelato vale circa 118 milioni, i prodotti petroliferi 117,1, mentre i veicoli che circolano per le strade dell’Avana sfiorano i 35. C’è stato un aumento nelle esportazioni dagli Stati Uniti del 61 per cento: nel 2025 ammontavano a poco più di 416,5 milioni di dollari.

Il settore che più risente di questa lenta trasformazione è ovviamente quello degli idrocarburi: sono il motore della piccola e grande economia dell’isola. Trump ha chiuso tutti i rubinetti esteri e con l’uscita di scena di Maduro anche il contributo vitale del greggio venezuelano si è esaurito. Le nuove sanzioni imposte dalla Casa Bianca hanno creato un vuoto colmato subito dagli investitori americani. Hanno negoziato con gli Stati Uniti una loro partecipazione a Cuba per rifornirla di greggio, il solo che oggi arriva nell’isola.

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Cinque giorni fa il tycoon si è detto convinto che “presto Stati Uniti e Cuba raggiungeranno un accordo per un cambio di regime”. Siamo abituati alle sue uscite contrastanti. Ma solo tre giorni fa ha chiarito di non ritenere necessario un intervento militare e ha riconosciuto che “Cuba si trova in una situazione molto difficile”.

Il piano dei “Paperoni”

Nelle stesse ore, in una lussuosa villa affacciata sulla baia di Biscayne, a due passi da Miami, un gruppo di ricchi cubano-americani metteva a punto il piano che aveva realizzato in sei mesi di discussioni. Avevano reclutato ingegneri, architetti, informatici per una sorta di master plan di ristrutturazione delle infrastrutture ormai fatiscenti dell’isola. Si andava dall’agricoltura, all’industria, al turismo, ai servizi, all’energia, al sistema fognario, idrico, rafforzando la sanità e l’istruzione che continuano ad essere considerate un’eccellenza a livello mondiale. L’ottima assistenza fornita recentemente ad Alessandro Di Battista ne è una prova. L’equipe medica che l’ha operato gli ha salvato la vita.

I ricchi e potenti ex padroni di Cuba, vecchi proprietari di zuccherifici, di piantagioni o di marchi storici come il rum Havana Club hanno perfino delineato una sorta di governo provvisorio. Secondo il Wall Street Journal sono incoraggiati dall’amministrazione Trump che è alla ricerca di idee, sostegno politico e soprattutto capitali per la ricostruzione del Paese. Sono loro stessi ad averlo convinto che riscattare Cuba non è più una questione politica ma puro business. “Potremmo investire miliardi di dollari nell’isola”, commentano adesso entusiasti. Le stime dicono che ne occorrerebbero 90 per i primi tre anni. “Trovarli per noi è un gioco da ragazzi”, hanno aggiunto gli intramontabili Paperoni.

Non sarà un processo semplice. Bisogna superare resistenze e posizioni estreme. Considerare il giusto orgoglio di un popolo che ha resistito a mezzo secolo di durissimo assedio economico, commerciale, politico. E poi ci sono le rivendicazioni di chi ha dovuto a suo tempo lasciare l’isola in fretta e furia e sogna magari di trasformarla di nuovo in un casinò galleggiante. I telefoni di Pedro Freyre, responsabile della divisione internazionale dello studio Akerman, tra i più noti legali della Florida, squillavano in continuazione nelle scorse settimane. Erano i vecchi possidenti cubani che valutavano azioni legali con richieste di risarcimenti per le proprietà confiscate ai tempi della rivoluzione contro Batista.

Ma il cambiamento è già avviato. La settimana scorsa Sandro Castro, l’influencer nipote di Fidel che gestisce diversi locali notturni all’Avana, si è sentito rivolgere una domanda dai suoi oltre 165mila follower su Instagram: “Quando arriverà il cambiamento a Cuba?”. Il giovane rampollo ha pubblicato una sua foto con la bandiera cubana adagiata sulle spalle mentre guardava la sagoma crespata della capitale in lontananza. Sotto, la risposta in una scritta: “Cuba sta già cambiando, non lo vedi?”.

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