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Lazar: “Parlare di sicurezza la sfida dei progressisti per tornare a convincere”

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Il politologo francese: “Bisogna tornare a suscitare emozioni. Il discorso politico non può essere solo razionale”
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Dalla Spagna alla Francia assistiamo a una grande ripresa delle proteste di piazza, espressione concreta di un disagio a cui la sinistra dovrebbe essere attenta, trasformandolo nel suo momento: c’è il problema degli alloggi, quello delle scuole, la precarizzazione del mondo del lavoro, tutti temi che le sono consoni. Eppure, salvo alcuni casi, la sinistra riformista è in difficoltà un po’ ovunque perché punta troppo sulle diseguaglianze, senza affrontare con sufficiente chiarezza questioni come migranti, sicurezza e identità». Marc Lazar è lo storico e politologo francese, esperto di populismi e di sinistra europea. Insegna a Sciences Po a Parigi e alla Luiss Guido Carli a Roma.

Qual è lo stato di salute della sinistra in Europa?

«La sinistra riformista sta molto male in Germania, dove la Spd affronta una crisi storica: ed è grave perché, fin dall’Ottocento, esclusa la parentesi nazista, è stato il più grande partito socialista europeo da ogni punto di vista. Certo, a Berlino ha vinto…

Dalla Spagna alla Francia assistiamo a una grande ripresa delle proteste di piazza, espressione concreta di un disagio a cui la sinistra dovrebbe essere attenta, trasformandolo nel suo momento: c’è il problema degli alloggi, quello delle scuole, la precarizzazione del mondo del lavoro, tutti temi che le sono consoni. Eppure, salvo alcuni casi, la sinistra riformista è in difficoltà un po’ ovunque perché punta troppo sulle diseguaglianze, senza affrontare con sufficiente chiarezza questioni come migranti, sicurezza e identità». Marc Lazar è lo storico e politologo francese, esperto di populismi e di sinistra europea. Insegna a Sciences Po a Parigi e alla Luiss Guido Carli a Roma.

Qual è lo stato di salute della sinistra in Europa?

«La sinistra riformista sta molto male in Germania, dove la Spd affronta una crisi storica: ed è grave perché, fin dall’Ottocento, esclusa la parentesi nazista, è stato il più grande partito socialista europeo da ogni punto di vista. Certo, a Berlino ha vinto la Linke con un programma concreto su alloggi e politiche sociali. Ma parliamo di una città-oasi, con le sue peculiarità. In Francia il partito socialista è molto debole, mentre c’è l’inedita forza di France Insoumise, i populisti di sinistra di Jean-Luc Mélenchon, che nei sondaggi competono con il Rassemblement national di Marine Le Pen. La situazione dei socialisti spagnoli è complessa e dipenderà dalle scelte delle prossime ore: se si andasse a elezioni anticipate, i sondaggi danno il Partito Popolare come favorito, ma non potrebbe governare da solo: avrebbe bisogno di un’alleanza con la destra populista di Vox. Resiste la socialdemocrazia scandinava, quella di Svezia e Danimarca: ma grazie a politiche piuttosto dure sull’immigrazione».

Quali sono le difficoltà?

«Innanzitutto, va sottolineato che la crisi della sinistra riformista va di pari passo con quella dei partiti del centro-destra, un fenomeno recente, perché fin dal dopoguerra, insieme sono stati i pilastri dei maggiori sistemi politici europei. La polverizzazione del centro è stata determinata da una marcata trasformazione della nostra società, oggi più iniqua e precaria, che ha portato a un profondo disincanto dell’elettorato verso tutti i partiti che hanno governato: diffondendo l’idea che non abbiano apportato i cambiamenti necessari e che i politici sono tutti corrotti, focalizzati solo sui loro interessi. Ad accelerare le trasformazioni, poi, hanno contribuito il declino demografico di numerosi Paesi e, appunto, l’aumento dei fenomeni migratori. Questo ha provocato nuove tensioni, crisi dei modelli d’integrazione e forti interrogativi identitari e culturali».

La sinistra ha ancora un ruolo forte in Europa?

«Ci sono molte sfide da affrontare e sicuramente tanto da fare. Ma per ritornare a vincere, la sinistra riformista dovrebbe innanzitutto fare un bilancio onesto e pubblico di quanto ha fatto nei momenti in cui è stata al governo: rivendicando i risultati ottenuti con fierezza e spiegando con spirito autocritico ma costruttivo i fallimenti, indicando cosa intende fare di diverso e migliore. Dovrebbero farlo i socialisti francesi, ripartendo dai risultati ottenuti da François Hollande quando era presidente. E dovrebbe sicuramente farlo il Pd italiano».

Dopo le vittorie dei socialisti americani alle primarie del Partito democratico parlando di temi concreti, si è detto che anche le sinistre europee dovrebbero tornare ai problemi reali della gente. Condivide?

«Certo: adeguare gli stipendi al costo della vita, la questione degli alloggi, il futuro dell’occupazione e dei giovani sono tutti temi fondamentali. Riconosco che, effettivamente, in Italia Elly Schlein oggi insiste molto di più su questo. Le sue soluzioni non sono ancora particolarmente chiare, però almeno tenta di andare in quella direzione. Certo, l’Italia è un Paese profondamente diviso in due blocchi. Il problema è che anche il Pd è diviso. E anche se mi sembra che Schlein abbia ormai il partito in mano, deve scegliere quale tipo di campo largo fare. Anche la destra italiana è divisa, ma per i suoi elettori le differenze contano meno al momento del voto. Insisto: in Italia, come in Europa, è assolutamente indispensabile affrontare la questione migranti. Magari seguendo, appunto, il modello scandinavo: politiche dure e strumenti di integrazione».

Può bastare?

«Io ricordo ancora le parole di Tony Blair durante la sua prima campagna: “War against crime” e “War against the conditions of crime”, guerra al crimine e alle condizioni che lo generano. Era un messaggio forte, diretto. E poi, ripeto, bisogna saper rispondere a quello che io chiamo crisi culturale-identitaria. Per farlo, serve una narrativa di sinistra sul rapporto tra nazione ed Europa. Chi siamo oggi nella nostra società? E chi siamo come popolo, rispetto all’Europa? La sinistra deve avere una propria idea di nazione aperta, legata all’Europa, che metta insieme identità e valori. E poi un’ultima cosa».

Prego.

«Bisogna reimparare a suscitare emozioni. Il discorso politico non può essere solo razionale e pratico. Bisogna tornare a parlare al cuore della gente come in passato, rispondendo alle paure che sono diventate il patrimonio e il gioco facile delle destre, con la speranza e la visione. Bisogna parlare di futuro, di cambiamenti climatici, di intelligenza artificiale, con soluzioni e visioni che si oppongono alla visione fosca che fa vincere i populisti. La capacità di emozionare deve diventare un elemento essenziale della nuova sinistra».

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