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Tra i fantasmi di Nir Oz il futuro di Israele si decide sul 7 ottobre

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Viaggio nel kibbutz martoriato da Hamas: a 3 anni dal pogrom il ricordo del giorno più nero apre la campagna elettorale. Si vota a fine mese: sarà ancora un referendum su Netanyahu
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NIR OZ – Fuori dalla finestra della nuova casa di Rita Lifshitz ci sono i resti di quella di Carmela Dan, 80 anni, uccisa il 7 ottobre 2023 nella sua stanza da letto insieme alla nipote Doya, 12 anni, mentre cercava di nascondersi dagli uomini di Hamas. Muri bruciati, ferri accartocciati, oggetti anneriti. Rita li vede ogni momento dalla cucina dove, per la prima volta da tre anni, ha ripreso a preparare pranzi e cene: «Non sono riuscita a salvare Carmela quel giorno: mi ha chiamato prima che i terroristi dessero fuoco alla sua casa, ma io ero lontana dal kibbutz. Prendendomi cura di ciò che resta delle sue cose, mi sembra di aiutarla un po’».

C’è un’aria strana a Nir Oz alla vigilia del terzo anniversario della strage del 7 ottobre 2023: quel giorno, questo fu il kibbutz più colpito dai terroristi. Dei 400 residenti, 47 furono uccisi e 76 presi in ostaggio: di questi, 22 sono tornati in Israele in sacchi per i cadaveri. Fra loro alcuni dei volti simbolo della strage: i fratellini Ari…

NIR OZ – Fuori dalla finestra della nuova casa di Rita Lifshitz ci sono i resti di quella di Carmela Dan, 80 anni, uccisa il 7 ottobre 2023 nella sua stanza da letto insieme alla nipote Doya, 12 anni, mentre cercava di nascondersi dagli uomini di Hamas. Muri bruciati, ferri accartocciati, oggetti anneriti. Rita li vede ogni momento dalla cucina dove, per la prima volta da tre anni, ha ripreso a preparare pranzi e cene: «Non sono riuscita a salvare Carmela quel giorno: mi ha chiamato prima che i terroristi dessero fuoco alla sua casa, ma io ero lontana dal kibbutz. Prendendomi cura di ciò che resta delle sue cose, mi sembra di aiutarla un po’».

C’è un’aria strana a Nir Oz alla vigilia del terzo anniversario della strage del 7 ottobre 2023: quel giorno, questo fu il kibbutz più colpito dai terroristi. Dei 400 residenti, 47 furono uccisi e 76 presi in ostaggio: di questi, 22 sono tornati in Israele in sacchi per i cadaveri. Fra loro alcuni dei volti simbolo della strage: i fratellini Ariel e Kfir Bibas e Oded Lifshitz, giornalista, uno dei più noti attivisti per la pace del Paese, che di Rita era il suocero. «Scrisse nel 2009 che Hamas era il più grande pericolo per il futuro di Israele e dei palestinesi: è morto nelle loro mani», dice lei oggi. Da qualche settimana, la donna è tornata a vivere a Nir Oz, assieme ad altre 22 persone: abitano in case nuove, costruite grazie ad una raccolta fondi internazionale, o nelle poche che sono rimaste in piedi. Vita e morte, futuro e memoria occupano le sue giornate: i fiori e le luci delle finestre dei vicini e i buchi lasciati sul terreno dalle abitazioni demolite perché irrecuperabili.

Dalla finestra della casa di Rita Lifshitz si vedono i resti di quella di Carmela Dan, 80 anni, uccisa insieme alla nipote Doya, 12 anni, il 7 ottobre 2023 

Questi temi sono gli stessi che dominano il dibattito in Israele alla vigilia di un voto, quello del 27 ottobre, che è il primo dopo il 7 ottobre 2023 e che tutti da queste parti definiscono il più importante da trent’anni: ovvero dall’elezione che nel 1996, pochi mesi dopo l’assassinio del premier pacifista Yitzhak Rabin, consegnò il potere a Benjamin Netanyahu che da allora – salvo qualche breve pausa – non lo ha più lasciato. Oggi metà del Paese chiede giustizia per la strage “del sabato nero”, accusa Netanyahu di non aver saputo fermarla e ritiene intollerabile che chi guidava il governo quel giorno possa restare in carica. L’altra metà crede che solo il premier sia in grado di difendere Israele e, archiviata la rabbia per il 7 ottobre, cita quelle che percepisce come sue vittorie a Gaza, in Libano, in Siria e in Iran come prova.

Di fatto anche questa volta, come da trent’anni a questa parte, il voto sarà un referendum sull’uomo che tutto il mondo conosce con il suo soprannome, Bibi: i sondaggi indicano che le probabilità che ha di restare in carica sono pari a quelle che ha l’opposizione guidata dall’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot di sconfiggerlo. Ma questa sfida non è solo personale: nelle urne si deciderà del futuro dei rapporti con i palestinesi (anche se nessuno ne parla in campagna elettorale), della posizione di Israele – sotto accusa per i crimini commessi a Gaza – nel mondo, dell’identità della sua società: se ancora laica o sempre più religiosa, come è diventata negli ultimi anni. «Appello urgente agli israeliani all’estero: tornate a casa per votare e aiutateci a salvare la nostra democrazia» era il titolo dell’editoriale del giornale progressista Haaretz qualche giorno fa.

Dunque, per capire la direzione che prenderà il Paese, è alle case bruciate che Rita vede dalla finestra ogni giorno che bisogna guardare e ai segni che hanno lasciato qui. «Questo era un posto di gente di sinistra – dice lei – ma ora moltissimi voteranno Eisenkot (centro-destra ndr) perché la priorità assoluta è liberarsi di Netanyahu». Sulle rivelazioni di stampa riguardo agli avvertimenti che il premier non avrebbe ascoltato alla vigilia del 7 ottobre, la donna è amareggiata: «Non serviva Haaretz per sapere che eravamo stati abbandonati», dice. Abbandonati: non c’è parola migliore per descrivere la sorte di Nir Oz. Il 7 ottobre 2023 i primi colpi contro le telecamere di sorveglianza gli uomini di Hamas li hanno sparati alle 6.38: l’esercito ha raggiunto il kibbutz alle 14.50, quando i terroristi erano già tornati a Gaza.

Può sembrare incredibile, ma questo oggi a molte persone in Israele non importa più: la strage è stata archiviata, come archiviato è il destino di Gaza, di cui nessuno si interessa. Secondo i sondaggi per la metà della popolazione la risposta alla minaccia costante che buona parte di questo Paese sente su di sé – vedi il volo FlyDubai – è ciò che conta: e Netanyahu, il suo ministro per la Sicurezza interna, il falco di estrema destra Itamar Ben Gvir, e i loro alleati sono le uniche scelte possibili. Chi la pensa così oggi parteciperà alla commemorazione del 7 ottobre organizzata dal governo a Gerusalemme. Gli altri, le famiglie delle vittime e chi con loro da tre anni si sgola inutilmente per chiedere una commissione di inchiesta, sarà a Re’im – nel luogo dove morirono 300 ragazzi che partecipavano a un rave - dopodomani. «Negli anni 80, questo Paese era pieno di speranza: ora è pieno di tristezza. Solo se cambieremo tutto quella speranza potrà tornare», conclude Rita. Ad oggi, nulla dice che il 28 ottobre a festeggiare sarà chi la pensa come lei.

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