✕

La morte lenta della gente di Gaza: ecco viviamo da tre anni dentro a una guerra che non finisce

(afp)

Ascolta l'audio

Due milioni di persone sono come in una prigione, con i raid israeliani che continuano a uccidere nonostante la tregua. Con le persone che muoiono anche per la mancanza di medicine, perché a molti viene negata la possibilità di andare all’estero per curarsi negli ospedali
6 minuti di lettura

STRISCIA DI GAZA – Fin dal primo giorno di guerra, speravo che sarebbe durata non più di una o due settimane. Pensavo che sarebbe stata come tutte le altre guerre che avevamo vissuto prima, la più lunga delle quali era durata 50 giorni, nel 2014, e immaginavo che anche questa sarebbe stata simile. E invece eccomi qui, oggi, a scrivere questo articolo nel terzo anniversario di una guerra come il mondo non ne aveva mai viste. Una guerra che ha provocato decine di migliaia di vittime, lasciato migliaia di bambini feriti o orfani e privato centinaia di migliaia di studenti della possibilità di andare a scuola, condannandoli di fatto all'analfabetismo.

Fatico quasi a credere di stare scrivendo queste parole mentre la guerra entra nel suo terzo anno e continua senza tregua. Ancora più doloroso è sapere che un intero anno è trascorso da quando è stato raggiunto un accordo per il cessate il fuoco: un accordo che, nella realtà, non ha nulla a che vedere con il suo nome. Da tre anni la mia ment…

STRISCIA DI GAZA – Fin dal primo giorno di guerra, speravo che sarebbe durata non più di una o due settimane. Pensavo che sarebbe stata come tutte le altre guerre che avevamo vissuto prima, la più lunga delle quali era durata 50 giorni, nel 2014, e immaginavo che anche questa sarebbe stata simile. E invece eccomi qui, oggi, a scrivere questo articolo nel terzo anniversario di una guerra come il mondo non ne aveva mai viste. Una guerra che ha provocato decine di migliaia di vittime, lasciato migliaia di bambini feriti o orfani e privato centinaia di migliaia di studenti della possibilità di andare a scuola, condannandoli di fatto all'analfabetismo.

Fatico quasi a credere di stare scrivendo queste parole mentre la guerra entra nel suo terzo anno e continua senza tregua. Ancora più doloroso è sapere che un intero anno è trascorso da quando è stato raggiunto un accordo per il cessate il fuoco: un accordo che, nella realtà, non ha nulla a che vedere con il suo nome. Da tre anni la mia mente non trova riposo e il mio cuore non conosce pace. Lavoro come giornalista dal primo giorno della guerra, ma non avevo mai raccontato storie come queste, né condotto interviste capaci di restituire una sofferenza così costante e straziante. Continuo ad ascoltare innumerevoli storie, perché il mio lavoro non si è mai fermato: Gaza resta in una condizione di instabilità, la sua realtà è dolorosa e ogni dettaglio della vita quotidiana è intriso di sofferenza.

Ancora attacchi e vittime nonostante la tregua

Vivo tutto questo non solo come giornalista, ma anche come figlia, con una famiglia a Gaza per cui temo in ogni momento in cui non riesco a mettermi in contatto con loro. Ogni volta che chiamo mio padre, mia sorella o mio fratello e non ricevo risposta, mi sembra che il cuore mi batta così forte da poter essere udito in tutto il mondo. Eppure mi ricordo che vivo questo tormento da tre anni, mentre la realtà sul terreno non è cambiata. La guerra è andata avanti per due anni e tutti sapevano che il conflitto a Gaza era ancora in corso. Continuavamo a chiedere la fine della guerra, aspettando il momento in cui sarebbe stato raggiunto un accordo per il cessate il fuoco, cosa che alla fine è avvenuta un anno fa. Purtroppo, però, quell'accordo non si è mai concretizzato nella realtà: è rimasto nient'altro che inchiostro sulla carta.

La sanità al collasso

Avevo creduto che quell'accordo avrebbe portato sicurezza e tranquillità, permettendomi di liberarmi almeno per un po' dalla paura e dall'ansia e di concentrarmi sulla mia nuova missione: far curare mia madre in Egitto. Invece, con mio grande shock, ho scoperto che la realtà non era cambiata affatto. Lo sfollamento continua e alla popolazione viene impedito di tornare nelle proprie case perché l'esercito israeliano controlla quasi il 60% della Striscia di Gaza. L'accesso all'acqua e al cibo resta una lotta quotidiana e molti abitanti soffrono la fame a causa della scarsità di beni e dell'impennata dei prezzi. Anche l'accesso alle medicine resta difficile e gli ospedali, compresi quelli da campo, non sono in grado di garantire cure adeguate ai pazienti. Ancora più straziante è il fatto che a molti malati venga negata la possibilità di viaggiare per ricevere cure mediche. Il numero di persone autorizzate ad attraversare il valico di Rafah è rigidamente controllato: ogni giorno possono passare soltanto circa 150 pazienti, oltre ai loro accompagnatori.Inoltre, il valico funziona in modo irregolare e può essere chiuso in qualsiasi momento sulla base delle decisioni dell'esercito israeliano. Anche gli studenti universitari che hanno ottenuto borse di studio incontrano enormi difficoltà negli spostamenti.

Per la gente una morte lenta

Alla fine, la nuova realtà imposta dall'esercito israeliano equivale a una morte lenta per la popolazione di Gaza. Ancora più difficile da sopportare sono i bombardamenti e gli attacchi che continuano in diverse aree della Striscia, rendendo precario l'accordo sul cessate il fuoco e mantenendomi in uno stato di ansia costante per la mia famiglia. Ogni volta che le mie chiamate rimanevano senza risposta, ero sopraffatta dalla paura e sentivo di stare per crollare. Questo enorme stress ha avuto conseguenze sulla mia salute, una condizione con cui il mio corpo aveva combattuto per tutta la durata della guerra, ma i cui sintomi si sono manifestati pienamente solo a causa dell'estrema tensione e della pressione che ho vissuto dopo essere partita. Ho sviluppato una grave anemia che mi ha prosciugato le energie e mi ha reso incapace di svolgere le attività quotidiane: prendermi cura di mia madre, seguire le notizie e occuparmi della mia famiglia.

La mia casa distrutta

La mia salute non può migliorare perché il mio stato mentale è indissolubilmente legato alla realtà quotidiana di Gaza: la paura costante di perdere qualcuno, il desiderio profondo di tornare alla vita di prima della guerra e l'ansia per un futuro incerto.Di quei tre anni, ne ho trascorso uno lontano da casa. Mi pento di non aver abbracciato le sue pareti o di non averle guardate abbastanza a lungo da riempirmi il cuore della sua presenza. Ma sono stata costretta a fuggire in fretta per salvare mia madre dal pericolo di essere colpita. Ero profondamente legata a quella casa e credevo che la mia partenza sarebbe stata soltanto temporanea. Ma la separazione è durata un anno e, tragicamente, la casa è stata distrutta.È stato un anno intero in cui ho perso la voglia di vivere, sentendo come se il tempo si fosse fermato e si rifiutasse di andare avanti anche solo per un istante.

Vivere come dentro a un incubo

Mi sento ancora come se stessi vivendo un incubo; non riesco a credere che questi eventi stiano accadendo davvero. Mi manca casa mia e mi manca ogni suo dettaglio. Mi manca profondamente la mia famiglia e desidero ogni momento trascorso lì. Non era semplicemente una struttura fatta di muri, ma una vita intera che pulsava di amore, speranza, ambizioni, sogni, progetti per il futuro e senso di sicurezza: tutto ciò che oggi mi manca terribilmente. Sono diventata una sfollata e una persona senza casa, costretta a vivere nell'ansia dell'instabilità e nella paura per la mia famiglia. Ho lavorato per tredici anni per riuscire ad avere una casa bellissima e l'ho vista distrutta in un solo istante.Vorrei poter incontrare il soldato israeliano che ha distrutto la mia casa con la sua macchina, per chiedergli: «Che cosa hai provato nel demolire la mia casa? Non hai provato dolore, né esitazione? Che cosa hai guadagnato distruggendo la casa di una famiglia di civili che non desiderava altro che vivere in pace?».Sono passati tre anni e mi mancano ancora i miei studenti. Fin dal primo momento della guerra, un'energia negativa ha cominciato ad accumularsi dentro di me, consumandomi lentamente. Prima della guerra, qualunque tristezza o cattivo umore provassi scompariva nel momento in cui entravo in classe davanti ai miei studenti.

Mi mancano i miei studenti

La scuola era il mio rifugio, il luogo in cui potevo sfuggire al dolore. Incontrare i miei studenti ogni mattina era come per due innamorati che si ritrovano dopo una lunga separazione. Conservo ancora moltissime fotografie e torno a guardare i miei ricordi, sperando che ciò che stiamo vivendo sia soltanto un incubo, un momento fugace ormai passato, e che possiamo tornare alle nostre vite. Ma dopo tre anni di guerra devo tristemente ammettere che questa è la realtà che ci è stata imposta. Da Gaza ero solita parlare al mondo attraverso i miei articoli e le storie che realizzavo. Comunicavo con i colleghi con mezzi limitati, perché l'accesso a internet era estremamente difficile. Immaginavo il momento in cui avrei potuto incontrare tutti di persona. L'unica opportunità che vedevo come un passo verso la guarigione dal trauma della guerra era viaggiare in Italia. Quell'esperienza mi ha dato una grandissima forza per continuare il mio lavoro.

Una grande prigione che soffoca due milioni di persone

Ho incontrato persone che si interessavano alle nostre vite e che credevano nel diritto dei palestinesi a vivere in pace e a vedere finalmente la fine delle sofferenze provocate dalla guerra.È stata l'unica cosa bella nei tre anni di oscurità che ho vissuto, come una debole luce alla fine del tunnel. Purtroppo, però, quel tunnel è ancora buio, ora che sono tornata alla realtà immutata della vita a Gaza. Da tre anni Gaza esiste come una gigantesca prigione.Una persona del posto mi ha detto una volta: «Viviamo in una stanza sigillata: solo muri, senza porte né finestre. Parliamo, urliamo e cerchiamo di abbattere quei muri con le unghie, sperando che le nostre voci riescano a raggiungere il mondo e che le persone possano davvero sentire ciò che stiamo vivendo». Il bilancio delle perdite, in ogni categoria, ha raggiunto migliaia di persone: morti, feriti, orfani, dispersi, prigionieri, malati di cancro, malati ai reni e sfollati.Quella prigione soffoca il respiro di due milioni di persone, negando loro persino un momento di tregua. Per uno di quei tre anni, la voce di Gaza è stata messa a tacere e l'attenzione del mondo si è spostata altrove, nella falsa convinzione che il cessate il fuoco significasse che stavamo vivendo in pace.

L’impossibilità di fare il mio lavoro di giornalista

Le persone mi chiedono continuamente: «La vita a Gaza è migliorata? I bombardamenti sono finiti?».La mia risposta è: «No, la guerra è ancora in corso. Semplicemente, voi non ve ne rendete conto».Vedo lo stupore comparire sui loro volti e poi me ne vado. A volte mi stanco di dover spiegare continuamente la situazione e spesso mi sento impotente di fronte a ciò che Gaza sta vivendo, incapace di fare di più. Per tre anni, i giornalisti qui non hanno vissuto un solo momento in cui si siano sentiti professionalmente protetti o abbiano avuto le risorse necessarie per continuare il proprio lavoro.Ho trascorso due di questi anni cercando in ogni modo possibile di continuare a lavorare. La mancanza di risorse e la lotta quotidiana per sopravvivere hanno logorato i miei nervi. La situazione è proseguita anche durante il cessate il fuoco, mentre i miei colleghi continuavano ad affrontare le stesse difficoltà: la mancanza di internet e i problemi di comunicazione, l'insicurezza e l'impossibilità di muoversi liberamente. Soprattutto, le loro attrezzature si sono usurate e devono essere sostituite, ma l'esercito israeliano impedisce l'ingresso di nuovi strumenti di lavoro. Inoltre, da tre anni nessun giornalista internazionale ha potuto entrare a Gaza dall'estero. Il racconto di ciò che accade nella Striscia è stato portato avanti interamente dai giornalisti locali, che non hanno avuto un solo momento di tregua.

Leggi i commenti