OpenAI ha scoperto che i problemi sulla sicurezza arrivano da due fronti: non c’è solo la fuga incontrollata di «agenti» dell’intelligenza artificiale, ma l’intrusione di goffi agenti in carne e ossa decisi a registrare conversazioni riservate nella sede di San Francisco.
Nella sala riunione della startup che ha creato ChatGPT, un ingegnere saudita di 35 anni, Abdulrahman Alfozan, assunto da oltre un anno, aveva nascosto un congegno elettronico da quattordici dollari, di fabbricazione cinese, per registrare le conversazioni riservate tra i vertici dell’azienda. Alfozan è stato arrestato venerdì e incriminato. Secondo gli investigatori, aveva pianificato di intercettare quello che si dicevano dirigenti e ricercatori, ma non è chiaro cosa sia riuscito a ottenere.
All’intelligenza artificial…
OpenAI ha scoperto che i problemi sulla sicurezza arrivano da due fronti: non c’è solo la fuga incontrollata di «agenti» dell’intelligenza artificiale, ma l’intrusione di goffi agenti in carne e ossa decisi a registrare conversazioni riservate nella sede di San Francisco.
Nella sala riunione della startup che ha creato ChatGPT, un ingegnere saudita di 35 anni, Abdulrahman Alfozan, assunto da oltre un anno, aveva nascosto un congegno elettronico da quattordici dollari, di fabbricazione cinese, per registrare le conversazioni riservate tra i vertici dell’azienda. Alfozan è stato arrestato venerdì e incriminato. Secondo gli investigatori, aveva pianificato di intercettare quello che si dicevano dirigenti e ricercatori, ma non è chiaro cosa sia riuscito a ottenere.
All’intelligenza artificiale il mese scorso l’ingegnere aveva chiesto dove si svolgevano le riunioni più importanti, la capienza della sala e il calendario degli incontri. Poi aveva fatto almeno dieci sopralluoghi. Il 28 settembre, secondo l’Fbi, Alfozan ha avvolto nella carta igienica la scheda elettronica dotata di microfono, è entrato nella sala riunioni e ha installato il congegno nella porta Usb sul retro del televisore appeso alla parete. Due giorni dopo, il dispositivo è stato scoperto durante un controllo di sicurezza. OpenAI ha segnalato subito il caso all’Fbi. L’azienda, nel frattempo, ha utilizzato l’intelligenza artificiale per analizzare le immagini interne e scovare la «talpa». Le immagini hanno mostrato l’ingegnere mentre, il 5 ottobre, entrava nella sala e controllava il dispositivo dietro il televisore. Lo stesso giorno, in un’altra stanza dell’edificio, un altro congegno è stato trovato in una borsa che Alfozan aveva lasciato incustodita. L’aveva dichiarata smarrita e poi recuperata all’ufficio oggetti smarriti dell’azienda. OpenAI ha dichiarato che Alfozan - ingegnere che in passato aveva lavorato per Meta - non ha rubato dati sensibili dei modelli, «codice sorgente o dati dei clienti», ma intanto è stato licenziato.
Il caso arriva dopo la «fuga» di agenti elettronici di OpenAI usciti dalla rete di protezione per attaccare piattaforme online esterne. Quello di Alfozan, invece, non è il primo legato allo spionaggio interno. All’inizio dell’anno un ex dipendente di Google era stato incriminato per il furto di segreti commerciali sugli smartphone Pixel dell’azienda. Quattro anni fa, invece, un dipendente di Twitter era stato incriminato con l’accusa di aver fatto la spia per conto dell’Arabia Saudita.