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L’attivista italiana fermata in Cisgiordania: “Ci siamo sentite trattate come animali”

(afp)

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Parla Anna, appena rientrata a Bologna, una delle cinque espulse dalle autorità israeliane. Si trovavano a Masafer Yatta per conto di una ong italiana, per proteggere gli agricoltori arabi dagli assalti dei coloni
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GERUSALEMME – “Ci hanno tenuto in celle separate con la luce accesa ventiquattr’ore su ventiquattro, interrogandoci più volte, e senza poter telefonare né all’ambasciata né a casa. Ci siamo sentite trattate come animali”. Anna, una delle cinque attiviste italiane espulse dalle autorità israeliane, è appena rientrata a Bologna. Un paio di settimane fa erano andate a Masafer Yatta, in Cisgiordania, per conto di una ong italiana, per proteggere gli agricoltori arabi dagli assalti dei coloni.

Come siete state fermate?

“Avevamo aiutato i palestinesi a raccogliere le olive e aspettavamo le navette per andare a Betlemme. Eravamo una ventina, ci avevano ospitato in una casa a bere un tè. Una parte del gruppo era già partit…

GERUSALEMME – “Ci hanno tenuto in celle separate con la luce accesa ventiquattr’ore su ventiquattro, interrogandoci più volte, e senza poter telefonare né all’ambasciata né a casa. Ci siamo sentite trattate come animali”. Anna, una delle cinque attiviste italiane espulse dalle autorità israeliane, è appena rientrata a Bologna. Un paio di settimane fa erano andate a Masafer Yatta, in Cisgiordania, per conto di una ong italiana, per proteggere gli agricoltori arabi dagli assalti dei coloni.

Come siete state fermate?

“Avevamo aiutato i palestinesi a raccogliere le olive e aspettavamo le navette per andare a Betlemme. Eravamo una ventina, ci avevano ospitato in una casa a bere un tè. Una parte del gruppo era già partita. Quando siamo andati a prendere la seconda navetta, sono spuntati un soldato e un uomo senza divisa, che secondo me era un colono. A quell’uomo abbiamo chiesto di identificarsi, non volevamo consegnare il passaporto a chiunque. Ha risposto che non era tenuto a dirci chi fosse. A quel punto il soldato ci ha minacciato, dicendoci che se non avessimo dato i passaporti, ci avrebbero portate in prigione. Alla fine lo abbiamo fatto e siamo salite sulla navetta”.

E poi?

“All’incrocio della strada c’era la polizia ad aspettarci. Ci hanno subito preso telefoni, documenti, borse, tutto. Ci hanno portate in una struttura di detenzione a Nablus. Pensavamo fosse un controllo come gli altri, perché nei giorni precedenti era già successo che l’esercito chiedesse i documenti, ma era finita lì”.

Invece è andata diversamente. Che idea si è fatta?

“Secondo me alla base c’è stata una decisione politica. Dal momento in cui ci hanno fermate sapevano già che ci avrebbero portate in prigione e mandate via”.

Cosa è successo durante la detenzione?

“Non abbiamo subito violenze fisiche, ma maltrattamenti psicologici. Continuavano a interrogarci, a ripetere le stesse domande, a prenderci le impronte digitali. Per due giorni e mezzo praticamente non abbiamo dormito”.

Cosa vi è stato contestato?

“Negli interrogatori ripetevano che eravamo in un territorio militare dove non potevamo stare. Noi rispondevamo che non c’erano indicazioni né cartelli. Parlavano anche di resistenza a pubblico ufficiale quando l’unica cosa che avevamo fatto era chiedere a una persona senza divisa di identificarsi. Non abbiamo subito violenze fisiche, ma maltrattamenti psicologici. Io sono stata interrogata tre volte, mi hanno preso le impronte digitali non so quante volte”.

Com’erano le celle?

“La prima era piccola, senza finestra, con una latrina. Era una situazione inqualificabile. Dovevamo chiedere anche l’acqua, ce la portavano un bicchiere alla volta. Abbiamo dovuto chiedere la cena e ci hanno dato due piattini di ceci. Ma il problema peggiore non era mangiare, era quella pressione continua. Abbiamo chiesto di contattare l’ambasciata italiana, ma non ci hanno permesso di telefonare. Non ci hanno lasciato fare neppure una chiamata a casa. Soltanto la sera prima della partenza è arrivata la console di Gerusalemme, a quel punto abbiamo saputo che ci avrebbero rimandate in Italia”.

Vi hanno fatto firmare dei documenti?

“Ci facevano compilare dei fogli, dicendoci che li avremmo dovuti firmare altrimenti saremmo finite in tribunale. C’erano però parti in ebraico che non capivamo”.

Avete potuto parlare con un avvocato?

“Soltanto quando siamo arrivate nella prima struttura di detenzione. Lì siamo rimaste un giorno e mezzo, poi ci hanno trasferite agli uffici dell’immigrazione di Tel Aviv. Lì le celle erano migliori, almeno c’erano un bagno e l’acqua da bere. Però la luce restava accesa ventiquattr’ore su ventiquattro anche lì. Arrivavano continuamente altre persone. Prima del trasferimento ci avevano lasciate per un pomeriggio in un cortile recintato e ogni tanto ci chiamavano per gli interrogatori. Ci siamo sentite trattate come animali”.

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