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Tra i coloni che vogliono tornare a Gaza: “Aspettiamo che l’esercito israeliano apra i cancelli”

I coloni ballano e cantano attorno a un tavolo durante un momento di celebrazione religiosa nel nuovo avamposto di "Halitzei Gaza" (Pionieri di Gaza) 
Nell’avamposto a un chilometro dalla Striscia, gli estremisti di destra che si fanno chiamare i “Pionieri di Gaza” preparano il ritorno: “Vogliamo fondare sei colonie nel centro”. Per ora sono 700, ma più passano i giorni e più l’avamposto si struttura: “Abbiamo già 1.500 famiglie iscritte che verranno con noi”
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FORESTA DI SIMHONI – Dei ragazzi zappano la terra, fendenti decisi e risate. Filari di lampadine appesi sopra la testa. Per pranzo hanno preparato il riso col pollo e hanno cotto le verdure, è tutto sul tavolo al centro del campo. Tchiya Chaim imbocca il più piccolo dei suoi undici figli. Stasera metteranno la musica, da Sderot viene un rabbino a parlare. Balleranno in cerchio tenendosi per mano e chi non avrà voglia di danzare applaudirà a ritmo. Sei libri di preghiere nella sinagoga di polistirolo. Tre bambini piantano rami nel fango. Un cartello, scritto con un pennarello rosso: «Siamo un popolo di eroi, siamo buona gente». Eppure, questa non è una scena di pace. È l’incipit di una violenza.

Dal bosco rado di Simhoni, dove i coloni israeliani hanno tirato su l’avamposto nell’arco di una notte, Gaza non si vede. Si sente. Ogni tanto arriva l’eco di un bombardamento. Qualcuno, di là, forse è morto, ma, di qua, non interessa a nessuno. Non c’è niente di bucolico o di ingenuo in ciò c…

FORESTA DI SIMHONI – Dei ragazzi zappano la terra, fendenti decisi e risate. Filari di lampadine appesi sopra la testa. Per pranzo hanno preparato il riso col pollo e hanno cotto le verdure, è tutto sul tavolo al centro del campo. Tchiya Chaim imbocca il più piccolo dei suoi undici figli. Stasera metteranno la musica, da Sderot viene un rabbino a parlare. Balleranno in cerchio tenendosi per mano e chi non avrà voglia di danzare applaudirà a ritmo. Sei libri di preghiere nella sinagoga di polistirolo. Tre bambini piantano rami nel fango. Un cartello, scritto con un pennarello rosso: «Siamo un popolo di eroi, siamo buona gente». Eppure, questa non è una scena di pace. È l’incipit di una violenza.

Dal bosco rado di Simhoni, dove i coloni israeliani hanno tirato su l’avamposto nell’arco di una notte, Gaza non si vede. Si sente. Ogni tanto arriva l’eco di un bombardamento. Qualcuno, di là, forse è morto, ma, di qua, non interessa a nessuno. Non c’è niente di bucolico o di ingenuo in ciò che stiamo vedendo.

Giovani sistemano il terreno e ripuliscono l'area dell'accampamento nel nuovo avamposto di "Halitzei Gaza" (Pionieri di Gaza), allestito nella foresta di Simhoni 

La barriera che cinge la Striscia è a ovest, a un chilometro di distanza. Da Kfar Aza si prosegue sulla statale 25, a sinistra Nahal Oz, uno dei kibbutz macchiati dal sangue del 7 Ottobre, ed eccola, alta sei metri, controllata a vista dall’esercito, attraversata dal vento. Separa due mondi che non si parlano.

Lo sdegno internazionale per il massacro del popolo palestinese non scalfisce neanche un po’ la messianica convinzione di essere nel giusto degli “Halutzei Gaza”, i Pionieri di Gaza. Per ora sono settecento, anche se a dormire nelle roulotte e nelle 16 tende da campeggio rimangono in meno di sessanta. Più passano i giorni e più l’avamposto si struttura, chiama a raccolta, si prepara. «Abbiamo già 1.500 famiglie iscritte che verranno con noi oltre la barriera».

I Pionieri sono estremisti di destra legati a Nachala, il movimento radicale, sanzionato dal Consiglio dell’Ue, di Daniella Weiss, detta la “madrina di tutti i coloni”. Predicano l’annessione della Cisgiordania. Il loro primo passo verso Gaza è stato erigere l’anno scorso una sorta di insediamento chiamato “Shavei Darom”, Ritornati al Sud, nei pressi di Sderot. Ora di passi ne hanno fatti altri, si sono avvicinati alla rete metallica. E hanno un obiettivo.

Tra le tende dell'accampamento nel nuovo avamposto di "Halitzei Gaza" (Pionieri di Gaza) 

«Stiamo aspettando che l’esercito ci apra i cancelli per entrare», spiega Tchiya Chaim, come se stesse parlando di un concerto allo stadio. I 74 mila gazawi uccisi, la distruzione, i miliziani di Hamas, un’intera collettività che non può fuggire né rialzarsi e a cui solo rimane di covare vendetta, non la spaventano. «Vogliamo fondare sei colonie nel centro di Gaza dove già le avevamo». Intende il Gush Katif, il blocco dei 17 insediamenti che nel 2005 fu evacuato per ordine dell’allora premier Ariel Sharon. «Non avremo neppure bisogno di mura, i nostri villaggi saranno aperti, Gaza è terra di Israele. Ci stabiliremo nella zona cuscinetto, protetta dai soldati. Perché il nostro piano è anche il loro piano».

Non difettano di sincerità. Dicono quello che pensano e pensano quello che dicono. Si stupiscono di chi si stupisce. «E Giuda conquistò Gaza e il suo territorio, Ascalona e il suo territorio, ed Ekron e il suo territorio…». Il 27enne Malachi Posen, Pioniere e soldato dell’Idf, recita a memoria il passo dell’Antico Testamento che descrive le conquiste della tribù israelitica nella terra di Canaan, unica fonte di diritto riconosciuta e ammessa nell’“Halutzei Gaza”. Posen è noto per essere il nipote del rabbino ortodosso americano Rav Hershel Schachter e per essersi fatto fotografare in uniforme militare e tzitzit, le frange rituali bianche, mentre studiava con suo nonno la Torah durante le pause dei combattimenti. «Entreremo, è solo una questione di tempo. Ci sono due scenari per i palestinesi. O gli troviamo un posto in uno dei 40 paesi musulmani, oppure li facciamo rimanere ma dovranno essere deradicalizzati e disarmati. Avremo bisogno della nostra polizia, più che dell’esercito. Sta a noi decidere, non agli arabi».

La preghiera della sera nel nuovo avamposto di "Halitzei Gaza" (Pionieri di Gaza) 

Il rapporto tra la società israeliana e il movimento dei coloni è uno degli aspetti meno compresi dagli europei, che pensano di risolverlo con le sanzioni ai più violenti, dimenticandosi però che Israele, prima di farsi Stato, fu un’avventura coloniale. Dunque oggi rappresenta sì una frattura, ma composta, che non stravolge gli equilibri interni come potrebbe e dovrebbe, più tollerata che condannata.

Del resto il 62 per cento degli ebrei israeliani - secondo le recenti analisi demoscopiche - ritiene corretta la politica di espansione degli insediamenti, completamente contraria al diritto internazionale, e il 50 per cento pensa che fattorie e avamposti non siano un danno per la sicurezza. Fra chi si colloca a destra, il 61 per cento vuole colonie nella Striscia. «Ogni governo che fa gli interessi del nostro Paese ci appoggerà», ripete, non a caso, Tchiya Chaim, affatto preoccupata dai sondaggi che vedono Netanyahu in svantaggio.

Nel 2022 i coloni nei Territori occupati - 745 mila se si considera anche Gerusalemme Est - scelsero il blocco dell’attuale premier: l’81,6 per cento di loro votò Likud, i partiti del sionismo religioso (Ben-Gvir e Smotrich) e le liste degli haredi. Oggi si sentono rassicurati anche dalla coalizione di opposizione.

“Halutzei Gaza” è un avamposto atipico: non è su una collina in Cisgiordania, è in territorio di Israele. Però l’hanno creato allo stesso modo degli altri, di corsa e prima del sorgere del sole, come i “ladri nella notte” raccontati da Arthur Koestler, i giovanissimi sionisti che durante il mandato britannico costruivano torri e palizzate dei kibbutz dalla sera alla mattina per aggirare la legge, di derivazione ottomana, che impediva di demolire edifici che avessero un tetto.

Una famiglia cammina nel nuovo avamposto di "Halitzei Gaza" (Pionieri di Gaza) 

«Eravamo in ottocento, siamo arrivati coi furgoni, i caravan, i moduli prefabbricati. In quattro ore abbiamo messo in piedi la sinagoga, la scuola, la cucina», ricorda Chaim, che nonostante la prole copiosa, è salita su uno dei veicoli, per urlare a Gaza «questa pietra è mia», come fecero anni fa i suoi predecessori. Lanciandosi contro la Storia. Convinta, anche lei, di essere l’avanguardia di Israele.

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