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Washington vuole salvare Netanyahu. In Israele ipotesi grande coalizione

(reuters)

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Il premier manda avanti il figlio per attaccare le liste arabe: “Pericolose come l’Iran”. Per ora Eisenkot resiste alle sirene americane
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GERUSALEMME – Il primo tassello sarebbe già stato messo: i partiti del blocco del cambiamento, scrive la stampa, avrebbero raggiunto un accordo sul nome del prossimo speaker della Knesset, l’uomo-chiave che decide l’agenda del Parlamento e che finora apparteneva al Likud. Il nome in pubblico non c’è, il segnale però si. E forse anche la prova che la paralisi in cui l’opposizione israeliana sembra essere caduta all’indomani dei primi risultati del voto sta finendo.

«Abbiamo vinto, ora arriva la cosa difficile: formare un governo. Stiamo lavorando, in stanze chiuse. Per questo devo chiedervi pazienza», ha scritto ieri su X Yair Lapid, uno dei leader dell’opposizione. Se è vero, se l’attesa sarà premiata, lo diranno i prossimi giorni. «Avrebbero dovuto presentarsi già mercoledì insieme e dire “abbiamo vinto, la discussione la guidiamo noi”. Nel vuoto si sono infilati Trump e Herzog», replicava su Maariv l’editorialista Ben Caspit.

Effettivamente i segnali delle pressioni americane per un…

GERUSALEMME – Il primo tassello sarebbe già stato messo: i partiti del blocco del cambiamento, scrive la stampa, avrebbero raggiunto un accordo sul nome del prossimo speaker della Knesset, l’uomo-chiave che decide l’agenda del Parlamento e che finora apparteneva al Likud. Il nome in pubblico non c’è, il segnale però si. E forse anche la prova che la paralisi in cui l’opposizione israeliana sembra essere caduta all’indomani dei primi risultati del voto sta finendo.

«Abbiamo vinto, ora arriva la cosa difficile: formare un governo. Stiamo lavorando, in stanze chiuse. Per questo devo chiedervi pazienza», ha scritto ieri su X Yair Lapid, uno dei leader dell’opposizione. Se è vero, se l’attesa sarà premiata, lo diranno i prossimi giorni. «Avrebbero dovuto presentarsi già mercoledì insieme e dire “abbiamo vinto, la discussione la guidiamo noi”. Nel vuoto si sono infilati Trump e Herzog», replicava su Maariv l’editorialista Ben Caspit.

Effettivamente i segnali delle pressioni americane per un governo di grande coalizione si moltiplicano da settimane, rilanciati ora da giornalisti vicini a Netanyahu: per il primo ministro sarebbe la soluzione più semplice, per quanto a parole ieri - dopo un faccia a faccia - abbia giurato fedeltà a Itamar Ben Gvir e all’attuale alleanza. Il calcolo, ragiona più di un analista qui, è semplice: mettere insieme i partiti di centro, escludendo i rami estremi sia a destra che a sinistra, oltre che le liste arabe. Al leader dell’opposizione Gadi Eisenkot, che è assai recalcitrante a fare accordi con il rivale, verrebbe presentata una prospettiva di medio termine: Netanyahu primo ministro per due anni, poi lui.

Garantirebbe che non finisca come con Benny Gantz (a cui fu promessa la stessa cosa, senza che si realizzasse mai) il fatto che fra due anni scade il mandato di Isaac Herzog, presidente della repubblica. Il quale potrebbe uscire di scena offrendo a Netanyahu un perdono dalle accuse di corruzione e le chiavi di Beit HaNassi, residenza del capo dello Stato. L’ipotesi alternativa che circola è quella che vede Naftali Bennett - leader di Beyachad, una delle liste riunite attorno a Eisenkot - primo ministro: e un perdono per Netanyahu, che solo se resta alla testa del governo può conservare l’immunità di cui gode ora nei processi per corruzione. Fantasie?

Non troppo, a giudicare dai giornali. E dalla campagna di odio che il sia il partito che la famiglia del premier continuano contro le liste arabe: «La minaccia più grande per lo Stato di Israele, ad eccezione del programma nucleare iraniano, sono gli arabi israeliani», ha scritto su X Yair Netanyahu, figlio di Benjamin, da anni residente in Florida (sotto la protezione dello Stato e senza prestare servizio militare nella riserva, obbligatorio qui). Sul rischio di brogli, oltre al servizio segreto interno (Shin Bet) indaga anche quello internazionale, il Mossad: ma la vicenda sembra già sgonfiarsi.

Non così il pericolo Iran invece, che continua a dominare la scena anche nel giorno dell’arrivo a Teheran di una delegazione qatarina incaricata di cercare un compromesso. Se Israele si trovasse coinvolto in un nuovo attacco Usa, o se ne lanciasse uno indipendente, la pressione per il governo di unità nazionale aumenterebbe. A beneficio, ancora una volta, di Benjamin Netanyau.

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